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Capitolo 3 – Dove nessuno è mai giunto prima (…o forse no?)

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Capitolo 3 – Dove nessuno è mai giunto prima (…o forse no?)

Con la Baleno900 messa a nuovo da Giraviti, il #TeamNatale è pronto a partire. Tra inconvenienti e colpi di fortuna, armi segrete e caselli spaziali, riusciranno a raggiungere la Galassia di Andromeda in tempo per consegnare il regalo?

Scopritelo nel terzo capitolo di “Un Natale stellare per Rennato!”, buona lettura!

 

Di sicuro più di dieci, ma altrettanto certo sotto i quaranta. Per la precisione: trentasette minuti.

Tanto ci aveva messo Giraviti – seee, col cavolo che avrebbe imparato a dire Skrif-… Skrú-… Skraffi-… quel nome lì! – a rendere volabile la povera e vecchia Baleno. Assieme a tutto l’olio di gomito che aveva a disposizione, e prendendo in prestito anche quello suo e di Peewee.

Rennato era già stanco ancor prima di partire, ma il lavoro alla fine era apparso soddisfacente. Almeno, ora la slitta sembrava in grado di poter volare e non solo di smontarsi già nel momento in cui vi sarebbero saliti.

Giraviti alla meccanica del motore, Peewee ai rifornimenti e alle tute e lui, ovviamente, alla lucidatura. Non avrebbe mai immaginato che potesse avere tutta quella ruggine!

Ma ora, la Baleno900 brillava come avesse avuto un centinaio d’anni in meno; magra consolazione.

«E allora, abbiamo caricato tutto?» chiese Giraviti con le mani ai fianchi e la chiave inglese sulla spalla. «Facciamo l’appello.»

«Tute spaziali», iniziò Peewee. Rennato si mise a ravanare tra le provviste accumulate nel retro della slitta.

«Ce le abbiamo.»

«Razioni di cibo.»

«Anche quelle», lo disse con un moto di disappunto nello spostare le bustine sigillate con dentro dei liofilizzati di dubbio gusto, ma ottima conservazione e apporto di nutrienti. Con tutta la tecnologia che avevano, era assurdo che nessuno avesse ancora inventato i replicatori di Star Trek.

«Regalo.»

«È qui.» Rennato rigirò la scatola, avvolta in colorata carta natalizia con sopra il logo della Lapponia Express e un bel fiocco rosso, infilata in un contenitore di ultraglass per proteggerla durante il viaggio. Non era più grande di un album da disegno e se pensava che avrebbero dovuto farsi quell’assurda traversata a rotta di collo per consegnare una cosa così piccola, quasi insignificante, il suo pessimo umore scendeva ancora di più.

«Caffè?» suggerì Giraviti, lui sospirò ruotando gli occhi.

«C’è.» 

«Allora direi che siamo a posto», annuì Peewee; l’unico che sembrava davvero il più entusiasta di tutti lì in mezzo. Come se non sapesse cosa passasse nella mente dei giovani, al giorno d’oggi; bastava vedere su YouTube. Di sicuro il pinguino smaniava nell’attesa di compiere una nuova impresa che lo avrebbe portato alla ribalta, tra giornali e social network. Si era anche portato la telecamerina e il selfie stick per riprendere e fotografare il viaggio. 

Come sempre, però, Rennato tenne per sé i suoi borbottii manifestandoli solo nel broncio che si trascinava dietro come stile di vita.

 

 

In un attimo infilarono le tute e i caschi e presero posto all’interno del vano della slitta.

La Baleno900 era progettata per funzionare sia con traino che senza. Di solito, il traino veniva adoperato più come aspetto scenografico quando entravano nelle atmosfere degli altri pianeti, che non mentre si trovavano nello spazio. Non per altro, ma guidare una slitta con un motore che andava a centomila chilometri orari non era la passeggiata che tutti credevano. 

Rennato ancora ricordava la prima volta. Era stato un ragazzino pieno di entusiasmo, proprio come Peewee: infatti il suo broncio formava un angolo di soli centoventi gradi. Ah, bei tempi, quelli! Credevano che la tecnologia fosse il futuro e super-affidabile. ‘Metti la tuta ammortizzante’, dicevano, ‘non la sentirai nemmeno la spinta del motore! Sarà come pattinare nello spazio’. Peccato che l’attimo dopo si fossero trovati tutti schiacciati come sardine contro il parabrezza della slitta. E a lui era anche andata bene, perché aveva avuto solo Fulmine e Rudolph addosso, ma che avrebbe potuto dire il piccolo Donnola che era stato posizionato in coda assieme a Cometa?

Schiacciati come un purè!

Ci credeva che su quel trabiccolo non ci volessero salire.

Ad ogni modo, visto che di renna ci sarebbe stato solo lui, era inutile procedere con il traino, sarebbero partiti direttamente utilizzando il motore alla massima potenza.

«Io ancora mi domando come diavolo faremo ad arrivare su NokNok andando solo a centomila chilometri orari. Abbiamo quattro giorni, non quattrocento anni.» Rennato la buttò lì mentre infilava il fermo delle cinture di sicurezza – non aveva mica voglia di farsi sballottare a destra e a manca! 

Peewee era alla mappa stellare, aveva già tracciato la rotta più congeniale ed era tutto un sorriso; dentro al casco, i ciuffi biondi restavano schiacciati contro il vetro, sembrava avesse un albero in testa. 

La slitta aveva la cupola chiusa ermeticamente. Era tutta trasparente, per poter ammirare meglio la strada, ma soprattutto il panorama. Per farvi toccare le stelle con un dito, diceva la vecchia pubblicità, se non ricordava male. 

Dalla postazione, il pinguino navigatore sollevò un pollice per dare l’okay agli elfi che restavano nel gabbiotto di controllo dell’hangar, e membri della squadra di Giraviti. Fu Bryggja del team di montaggio – e uno dei pochi ad avere un nome umanamente pronunciabile – a premere il bottone per l’apertura del passaggio che scoperchiava il tetto. Contemporaneamente la slitta iniziò a impennarsi, poco alla volta, grazie alla pedana di lancio. La passerella direzionale che li avrebbe sparati come missili nello spazio si allungava con la stessa lentezza, e aveva una forma leggermente curva per accumulare maggiore spinta.

Rennato già sentiva il poco della colazione che gli restava da digerire cambiare posizione nello stomaco; secondo lui, non c’era niente di peggio delle partenze e degli atterraggi.

«Chi ha detto che andremo a centomila?» Giraviti era al timone; avendola modificata in prima persona, era diventato di fatto quello che avrebbe saputo pilotarla meglio. Nel mettere in moto, dal tubo di scappamento venne emessa una densa nube grigiastra. Giraviti si volse, la guardò disperdersi dall’altra parte del lunotto e poi sollevò le spalle. Accanto alla mano aveva già il primo bicchiere di caffè. «L’ho potenziata o non arriveremo nemmeno nel duemilamai.»

«Non che da centomila a cinquecentomila possa fare questa grande differenza…» 

«Cinquecentomila no.» Da sotto al sedere di tutti il metallo vibrò sempre più forte; il motore emetteva un rumore così cupo come nemmeno i bassi all’ultimo concerto dei Rennallica attaccati all’amplificatore. «Proviamo con cinque milioni. Si, vooolaaa!» gridò Giraviti, affondando la leva dell’acceleratore.

«Cinquemili-eoh!» Rennato si trovò schiacciato contro il seggiolino senza poter muovere un muscolo, nemmeno quello della bocca.

«Uhiii!» esultò Peewee, già alle stelle.

La slitta venne lanciata come una fionda lungo la pedana e tremava tutta nemmeno fosse stata costruita con il cartone nel giardino di casa. Era come voler spedire in orbita una Hotwheels.

Rennato non era stato in grado di richiudere la bocca che aveva spalancato nel tentativo di gridargli che era uscito di testa. Le mani abbrancate all’imbottitura della poltroncina. Si sentiva talmente schiacciato che il cervello gli stava uscendo spremuto dalle orecchie. 

Peewee, invece, aveva più fiato di un esperto di apnea, e muscoli facciali d’acciaio per riuscire a gridare: «Che figata clamorosa!»

Dal parabrezza, tagliarono il mondo: la Baleno attraversò la neve, le nubi basse, uno stormo di cigni incazzati, le nubi alte, il cielo azzurro, la troposfera, la stratosfera, la mesosfera, la termosfera, la ionosfera per bucare l’esosfera e trovarsi nello spazio aperto. Peccato che delle ultime due o tre sfere Rennato non avesse visto granché a parte una enorme chiazza marrone che gli si era spiaccicata sulla visiera del casco.

Poi, la fine della gravità terrestre e l’entrata in funzione di quella artificiale stabilizzata, spinse tutti in avanti, tra le risate divertite del pinguino e i complimenti che Giraviti borbottò a sé stesso.

«Niente male, ragazzi, niente male. Se non ci siamo sfracellati in fase di partenza, allora abbiamo qualche possibilità di arrivare a destinazione, il che mi pare già un enooorme risultato. A te i comandi, Peewee, imposta la rotta e facci sognare.»

«Ricevuto! Ho già trovato un percorso che ci farà risparmiare altri cinquecentomila anni luce!»

«Buono a sapersi e ora un meritato goccio di-… ehi! E dov’è il mio caffè?!»

«Indovina un po’…» borbottò Rennato, che di quel viaggio ne aveva avuto fin sulle corna prima ancora della partenza. Azionò i tergicristalli del casco e una levetta aprì una visuale anche a lui solo per mostrare agli altri quanto stretti avesse gli occhi.

Il bonbon dalle orecchie a punta accennò un sorriso e sollevò una mano. «Ecco cosa si è dimenticato di montare Bryggja: un bel blocca-tazza. Colpa mia, colpa mia.»

 

E quindi sembrava proprio che fossero nello spazio.

Dopo tanto tempo che non ci passava, Rennato si era un po’ dimenticato come apparisse visto da vicino: una versione enorme di ciò che si poteva vedere dalla Terra. C’erano anche lì miliardi di stelle, ma non avendo un reale orizzonte si aveva l’impressione di trovarsi dentro un caleidoscopio.

Era meraviglioso, ma questo non l’avrebbe mai ammesso a voce alta per non perderci la faccia da burbero.

Peewee, invece, non si preoccupava neppure un po’ di apparire un ingenuo pinguino troppo giovane e con i peli sparati sulla testa: girava su sé stesso, dondolando come un birillo, e continuava a ripetere quel coro di ‘oooh’, ‘aaah’, ‘uuuh’ per ogni ammasso di polveri che attraversavano e ogni stella cui passavano accanto. 

Giraviti continuava a fare fuori tazze di caffè come fossero acqua e aumentava la velocità in maniera costante, convinto che magari non se ne accorgesse nessuno. Oh, ma certo che sentiva la Baleno ballare sotto i suoi zoccoli.

«E a che distanza siamo, adesso?» domandò cercando di sbirciare sul monitor.

«Vuoi piantarla di chiederlo ogni cinque minuti?» sbottò il bonbon, rivolgendogli un’occhiata contrariata da sotto ai baffoni che si erano arricciati ancora di più – non facevano che cambiare di continuo a ogni sua esclamazione! «Non vorrai passare così tutto il tempo della tratta, vero? Non ho abbastanza scorte di caffè per sopportarti. Anzi, fammi appuntare di comprare qualche sacco per sicurezza durante una delle soste che abbiamo in programma. Ho giusto una lista di souvenir da prendere: ti pare che io vada nello spazio e non rientri con qualche miscela stellare per i miei ragazzi?»

«Non appesantiamoci troppo, però! Così andremo più lenti!»

«Ma non ti preoccupare, ché ci penso io a farla correre! Vedrai, arriveremo in tempo per il loro Natale e anche per il nostro.»

«Umph… lo spero proprio.»

«Ah! Guardate! Guardate! Stiamo abbandonando il Braccio di Orione! Saremo fuori dal nostro sistema solare!» Peewee agguantò entrambi, scuotendoli come caffè shackerati.

Il confine tra il loro Braccio e quello di Perseo era segnato dal primo dei Grandi Caselli Galattici che avrebbero incontrato sulla strada: una sfilza di baracchini a capsule ovali intervallati all’interno delle polveri spaziali. Le luci si riflettevano ovunque, nelle nubi, creando un effetto discoteca molto anni ’80 terrestri.

Dal folto della pelliccia, Rennato estrasse il borsellino che il Babbo aveva personalmente riempito – sotto supervisione ferrea di Freccia – con il budget per il viaggio. Il borsino era ancora bello ciccione, ma era stato già alleggerito nell’ultimo rifornimento lunare prima della lunga tratta. 

Rennato recuperò un paio di pezzi da venti starline, imprecando sulla solita tirchieria di Freccia.

«E io pago!» 

 

Al casello la fila era terribile. 

Che fosse lo spazio o la Terra non cambiava molto: c’era troppa gente in giro e sotto le feste diventava un delirio.

«Niente partenza intelligente, quest’anno, eh?» Una slitta – o, meglio, navetta spaziale iper-accessoriata di ultima generazione – della Mercurio Spedizioni Natalizie si era fermata accanto a loro, incolonnati come tutti i comuni mortali a budget ridotto, e li aveva additati con fare canzonatorio. «Quand’è che voi terrestri vi farete lo starpass? Siete troppo indietro, ragazzi!» Ed era sfrecciato via superando la barriera gassosa del Braccio di Orione in un attimo.

«Ma lo sa che sul loro pianeta non esiste il caffè? Chi è che è rimasto indietro?! Barbari!» aveva commentato Giraviti, ma avevano comunque continuato a muoversi a passo di asteroide.

«Quanto tempo stiamo perdendo?» aveva borbottato Rennato, sprofondato nel seggiolino con le zampe conserte. Dopo un centinaio di partite a Mahjong capitava che iniziassi a scocciarti.

«Tranquillo che lo recupereremo. Vero, Peewee?»

«Ce la siamo studiata al dettaglio.» Il pinguino era saltato giù dal suo seggiolino e aveva iniziato ad agitare le pinne. «Appena fuori dal Braccio di Orione, daremo una prima spinta di NOS per arrivare fino al Braccio di Perseo, così recupereremo il terreno perduto. Stessa cosa all’uscita del Braccio di Perseo per entrare in quello del Cigno. Poi faremo l’ultimo rifornimento prima di usare l’arma segreta, una volta passata la dogana per la Galassia di Andromeda.»

«Abbiamo addirittura un’arma segreta?» Rennato aveva girato la testa adagio per inquadrare il piccolo pinguino cui brillavano gli occhi.

«Ovvio. Altrimenti su NokNok ci arriviamo tra dieci natali», aveva concluso Giraviti con il suo solito sarcasmo da elfo, ma Rennato non aveva avuto tempo né voglia di stare lì a battibeccare, perché qualcos’altro aveva attirato la sua attenzione. O, meglio, aveva fatto settare il livello ‘So che sarà una fregatura; ossignore delle renne dammi la forza’ su ‘allarme rosso’.

«Perché non sono stato avvisato di quest’arma segreta?»

«Lo scoprirai a tempo debito, non si svelano mai i trucchi del mestiere quando non sono collaudati.»

«Se funziona, avrò rivoluzionato i viaggi spaziali dei terrestri!»

«Ecco, parliamo di quel ‘non collaudati’ e ‘se funziona’! Mi state dicendo che avrei dovuto assicurare le chiappe, prima di partire?»

I due si erano scambiati un’occhiata piuttosto perplessa. «Perché? Non lo hai fatto?» avevano risposto in coro e a lui non era rimasto che tornare a sprofondarsi nel seggiolino, in rigoroso e imbronciato mutismo.

Finalmente arrivò il loro turno.

«Buonastella», farfugliò la casellante con fare annoiato e viso gelatinoso appoggiato in un tentacolo. Il rosso fluorescente dei suoi strati cellulari creava un’accecante combinazione cromatica con il blu elettrico della divisa. Indicò il tubo che sporgeva fuori del gabbiotto. «Prego, fate scivolare il-… ehi! Ma di dove siete. Non ho mai visto qualcuno strano come voi.»

Rennato avrebbe voluto farle presente che la relatività dei concetti ‘strano/normale’ era pari solo alla relatività del tempo e che, da loro, la gente tentacolare finiva per lo più in umido, ma evitò.

«Buonastella a lei, siamo terrestri.»

La casellante drizzò la schiena molle divenendo altissima, sgranò le due orbite nere che aveva al posto degli occhi e ne aprì una terza sulla fronte, di colore giallo. Urlò, letteralmente, nel microfono che aveva collegato all’auricolare. «Terrestri?!»

«Terrestri?!» si affacciò un collega che serviva gli automobilisti al lato opposto del gabbiotto.

«Terrestri?!» gracchiò una voce dall’interfono. E poi altre, una dietro l’altra, che si accavallavano e provenivano dagli altri sportelli del casello. 

«Dove?! Titì, ma hai detto ‘terrestri’?»

«Sì, sì! Pure io ho sentito ‘terrestri’!»

«Aspettate! Non fateli andare via! Li voglio vedere!»

«Anch’io, anch’io!»

«Arriviamo!»

Rennato non capì molto, ma a giudicare dalla confusione qualcosa stava succedendo. Qualcosa di grosso. Scambiò un’occhiata con i suoi compagni, altrettanto perplessi, e poi guardò oltre la cupola trasparente, solo per vedere i casellanti mollare i posti di guardia e arrivare a frotte, spinti dai loro zainetti a propulsione.

«Ma… che diavolo…»

«Non abbiamo mai visto dei terrestri! Credevamo che foste una leggenda!» la casellante di gelatina aveva un sorriso larghissimo, mentre il suo collega, che faceva capolino da un lato e dall’altro per riuscire a sbirciare, aveva due occhioni blu intenso, pieni di stelle.

«Oh! Ma sono tutti diversi! Che strani!»

«Certo, perché io sono una renna, lui è un pinguino e l’altro è bonb-… ehm, un elfo. Siamo i corrieri di Babbo Natale.»

Titì strabuzzò tutti e tre gli occhi e si portò le mani al viso. «Siete del Servizio Galattico Natalizio

«Già.»

«Da quanto tempo! Bentrovati su queste rotte!»

«Wow! Posso farvi una foto?!»

La slitta si ritrovò circondata da un sacco di gente che si accalcava sopra, davanti e attorno alla loro cupola. Cellulari spaziali spuntarono in ogni dove, con flash a ripetizione, tra il vociare di stupore e la calca.

Peewee salutava tutti al grido di ‘Ciao, amici!’, Giraviti si metteva in posa e sorrideva agli scatti e a lui non rimase che sospirare, con un certo fastidio, e far scivolare il biglietto di viaggio nella feritoia collegata al tubo. 

«Quant’è?» chiese, ma l’addetta era anche lei troppo impegnata a fotografarli per rispondere.

«Che vuoi farci, Rennato?» Giraviti si era stravaccato sul seggiolino e portava le braccine dietro la testa. «Non andremo molto a zonzo nello spazio, ma quando ci muoviamo, sappiamo sempre come farci riconoscere.»

«Certo. E anche come farci odiare!» 

Perché da fuori era tutto un suonare di clacson spaziali, code infinite e continuo gridare che ‘e allora?! Ci muoviamo o no?! C’è gente che deve andare a lavorare!’.

 

«Siamo in ritardo, altro che usare il NOS due volte. Dovremmo tenerlo inserito sempre!»

«Punto primo: sai che non si può fare, ci farebbero un multone infinito, dopo che diremmo a Freccia?» Non che ci fosse stato bisogno che Giraviti glielo specificasse. «E poi ci hanno pure fatto lo sconto. Sono stati gentili, che vuoi di più?»

Magari essere già arrivato a destinazione e trovarsi sulla via del ritorno? Giusto per essere certo che tutto fosse andato liscio e non ci aveva rimesso né le corna, né la pelliccia e né le chiappe. Rennato soppesò il borsellino prima di infilarlo di nuovo nel pelo. Avevano risparmiato ben venti starline, che non era niente male. Però avevano perso un sacco di tempo.

Okay, carini tutti, curiosi, un po’ troppo invadenti, ma loro avevano i minuti contati e, per una volta, doveva dare ragione a Freccia: non potevano permettersi di sprecarli.

Fuori dal casello del Braccio di Orione la viabilità era tornata a scorrere veloce. Nello spazio si vedevano sfilare navicelle da ogni direzione. Alcune brillavano per un istante luminoso quanto una meteora e poi sparivano a velocità che sognavano di accarezzare quella della luce. Dalla Terra, quei punti sarebbero davvero apparsi come stelle e ci avrebbero impiegato migliaia di anni, milioni, prima di dileguarsi e lasciare agli scienziati l’onere di spiegarli e alla gente quello di sognare.

«Allora, pronti per il primo giro di NOS?» disse Peewee, ruotando il girevole del seggiolino. «Siamo quasi alle coordinate, direi di preparare tutto.»

«Certo, ma questa volta vediamo di non far volare cose. Eh, Giraviti?» Mentre bloccava il gancio della cintura di sicurezza, Rennato lanciava un’occhiata torva all’elfo. Quest’ultimo rispose con un’alzata di spalle. I baffoni si arricciarono nel tremolio di una risata trattenuta e, per guadagnarsi la sua fiducia, gettò il bicchiere vuoto nello sportellino dello stoccaggio dei rifiuti, dopo averne trangugiato l’ultimo sorso.

Il primo salto a velocità potenziata ebbe un impatto su di lui migliore di quello della partenza. Venne sì schiacciato contro il seggiolino, ma almeno non provò la sensazione di avere le ossa tutt’uno con la tappezzeria della slitta. Per ogni evenienza, comunque, si stava tenendo ben stretto ai braccioli.

La Baleno ballava come e più di Ballerina quando metteva Beyoncé nella saletta di ristoro, sobbalzando, dondolando e a volte dando l’idea di finire fuori rotta, ma Peewee la correggeva ogni secondo e Giraviti teneva volante e cloche ben saldi. Gli ricordò quando con la Stella d’Argento finivano in una classica turbolenza, di quelle che Fulmine non era riuscito a evitare perché Freccia gli metteva fretta. Ripensò a casa e al fatto che fossero passate già più di ventiquattro ore da quando l’avevano lasciata per lo spazio. Il Natale – terrestre o galattico – era all’orizzonte come il Braccio di Perseo, dove un nuovo Grande Casello Galattico – l’ultimo prima di raggiungere la Dogana della Galassia di Andromeda – li avrebbe aspettati. Rennato sperava che la sosta non comportasse altre perdite di tempo, ma dato che nell’universo parevano essere tutti chiacchieroni come sulla Terra non ne fu così sicuro.

Per un attimo, fu tentato di chiamare il Babbo e sapere come se la stessero cavando: se Fulmine avesse già programmato il loro percorso annuale, a quante letterine erano arrivati e se la divisa nuovamente allargata fosse stata pronta. Però, dopo aver guardato il display e aver pensato che l’avevano mandato nello spazio perché tanto non avevano bisogno di lui, fece vincere l’orgoglio. Ebbene, neanche Rennato avrebbe avuto bisogno di loro, ecco. Avrebbe scartato i suoi regali con qualche giorno di ritardo e non il venticinque sera assieme a tutti gli altri, che sarebbe stato mai? Niente grande cenone di Natale attorno all’enorme tavolo circolare, niente foto sotto l’altissimo abete piazzato nel grande vuoto centrale del tavolo, ricco di tutti i regali di chi lavorava alla Polar Express, niente piccolo Donnola che li distribuiva, timido timido, a ciascuno di loro, mentre il Babbo se ne restava finalmente in panciolle nel suo posto d’onore. Sarebbe stato un Natale diverso; solo lui, un pinguino e un elfo per la prima barzelletta dell’anno. Magari si sarebbero fermati su qualche pianeta di passaggio a mangiare cibo mai visto prima e a cantare canzoni sconosciute. Magari neppure cantavano, magari non lo festeggiavano proprio il Natale od osservavano un periodo di digiuno, chi avrebbe potuto dirlo?

Insomma, per quanto volesse immaginarlo alternativo, quel Natale si prospettava solo triste.

Lo sbuffo di disappunto di Rennato venne coperto dallo sferragliare della Baleno900. Il rumore di qualcosa che cozzava contro la carenatura gli fece girare la testa per guardare, oltre la cupola, lo spazio che saettava velocissimo. Le luci delle stelle erano brevi strisce al neon che tagliavano l’universo e sembravano tracciare miliardi di strade che neppure in miliardi di vite si sarebbero potute percorrere. Superarono delle navicelle, e un bambino con lunghe orecchie a punta – più di quelle degli elfi – lo salutò, arrotolando e srotolando le dita sottili della mano, come gomma stirata. Sorrise mostrando i tre denti e poi se ne andò, svicolando per un’altra direzione.

Rennato rispose al saluto, agitando lo zoccolo e ricordando quanto enorme fosse lo spazio, più degli Stati Uniti nei film catastrofici, e quante cose avrebbe visto che nessun altro avrebbe mai potuto neppure immaginare. Fosse stata una diversa occasione, avrebbe finito col pensare che il gesto del Babbo era stato di totale fiducia nei suoi confronti, ma sotto sotto lui voleva solo tornare a casa e godere delle sue vecchie e barbose tradizioni.

Quando uscirono dal NOS, il casello del Braccio di Perseo si stagliava in lontananza. Purtroppo non era possibile usare il potenziamento troppo spesso e fuori dalle corsie stellari preferenziali, per non causare incidenti. 

Anche lì, ci misero molto più tempo del previsto; l’aveva detto lui che le notizie volavano in fretta, anche nello spazio, e al nuovo gabbiotto trovarono già un sacco di gente ad aspettarli tra applausi e fischi. Foto di rito, sconti di rito e traffico bloccato con tante maledizioni, purtroppo anche quelle di rito. Ripartirono che nell’astronave avevano pure qualche regalino inaspettato: adesivi promozionali con il logo delle Autostrade Lattee, snack spaziali da ogni dove e bibite dai colori e gusti più disparati.

«Oh! Ma è bellissimo!» aveva squittito Peewee dopo che erano ripartiti e avevano attraversato il Braccio di Perseo per entrare in quello del Cigno. «Guardate quante cose che ci hanno dato! Che bello!»

Giraviti lanciò un’occhiata di superiorità al bottino. «Puah! Tante cianfrusaglie e nemmeno una lattina di caffè spaziale! Ma che bevono quest’incivili?»

Rennato e Peewee si scambiarono un’occhiata d’intesa.

«Che ne dite di concederci una merenda con le cose che ci hanno dato dopo il secondo salto col NOS?»

Il pinguino alzò subito la pinna. «Ci sto!»

«È uguale», ammiccò invece Giraviti che, come ogni elfo, non dava mai soddisfazioni.

Così, si preparano di nuovo seguendo il copione già rodato: bloccaggio dei seggiolini, cinture di sicurezza allacciate ben strette, bicchieri del caffè fuori da posizioni volanti e via, pronti a partire.

«E si vola tra tre, due, uno e… viiia

Giraviti azionò il NOS, la Baleno ebbe un sobbalzo, un gorgoglio e poi più niente. 

Anzi, si spense e la sensazione fu orribile come quella provata alla partenza, perché Rennato si sentì schiacciare di nuovo contro il sedile, questa volta come conseguenza di una frenata e non di un’accelerazione. Difatti, quando si fermarono, arrivò la controspinta in avanti. Peewee e Giraviti cozzarono la testa contro i pannelli di controllo che avevano davanti, e si evitarono il bernoccolo solo grazie ai caschi. Lui, per fortuna, non aveva pannelli contro cui cozzare.

Tutt’attorno – destra, sinistra, sopra, sotto – le navicelle che fino a un attimo prima erano state al loro stesso passo, li sorpassarono come missili in un continuo strombazzare di clacson che udirono a malapena, dato che le navi andavano a una velocità maggiore del suono. 

«Ahio! Ma che diavolo…» borbottò Giraviti, passando una mano sulla sommità del casco. «Che le è preso a questa carretta? Perché si è fermata?»

«Non sei tu l’ingegnere? Dovresti saperlo.» 

«Sì, e magari sono pure veggente?»

«E adesso?» Peewee spostò lo sguardo dall’uno all’altro, gli si erano ammosciati anche i ciuffi biondi.

L’elfo borbottò, poi sbuffò, sembrava una locomotiva. Smanettò con il quadro comandi, mentre lui iniziava a fare i calcoli e se prima era uscito che ci sarebbero voluti anni e anni per arrivare a destinazione, adesso erano nella sfera delle ere geologiche o del più onesto ‘getta la spugna, che è meglio’.

«Il computer segna un guasto al NOS, qualcosa deve averlo danneggiato. Non avremmo preso un dannato frammento di asteroide, santasfiga?»

Rennato drizzò le orecchie. «Un momento, io prima ho sentito un botto contro qualcosa, voi non ve ne siete accorti?»

«No, quando?»

«Quando stavamo usando il NOS.»

«Ah! Per tutti i caffè decaffeinati! Lo sapevo!»

«Credi sia grave?» Peewee batteva tra loro le punte delle pinne e, contemporaneamente, lui picchiettava il pavimento con lo zoccolo.

Giraviti ci pensò, poi mollò l’imbracatura e inforcò la sua grossa chiave inglese, parcheggiata accanto alla postazione.

«Vado a vedere.»

«Mi sembra una pessima idea!» disse Rennato con severità.

«L’alternativa sarebbe restare qui, chiamare il soccorso spaziale e farci trascinare fino alla prossima stazione, il che vorrebbe dire scordarsi il Natale.»

«Okay, lancio il triangolo di segnalazione.» Dopotutto, non si poteva dire che non fosse una renna ragionevole. 

Così, mentre l’elfo cambiava casco con uno da uso esterno e si metteva addosso una tuta da palombaro verde e rossa con dietro scritto ‘#TeamNatale’, Rennato sparò, dai bocchettoni posteriori, il cartello di segnalazione triangolare, dotato di un piccolo razzo a guida intelligente, che sapeva a che distanza dal velivolo fermarsi prima di innalzare una sorta di barriera segnaletica per gli altri viaggiatori spaziali. Almeno avrebbero smesso di sfrecciare tutti attorno a loro coprendoli di insulti. 

Una volta bardato, da sembrare un bonbon spaziale, Giraviti sollevò il pollicione e si fece espellere da una botola che si trovava sul pavimento della slitta – ahiloro, non avevano avuto tempo di migliorare il sistema di uscita da utilizzare quando ci si trovava nello spazio. Pochi istanti dopo, lui e Peewee videro l’elfo volteggiare come un palloncino all’esterno della Baleno. All’interno della slitta loro sentivano le sue sghignazzate attraverso l’interfono.

«Oh, oh! Qui anche il Babbo si sentirebbe un peso piuma!»

Saltellava felice sulla cupola di ultraglass, tanto era collegato saldamente alla nave da una lunga fune super resistente. 

«Potresti evitare di perdere tempo? Ne stiamo già perdendo a vagonate! Non arriveremo mai su NokNok!»

«Ah, non fare il guastafeste, Rennato! E abbi fede nella tecnologia, ma soprattutto, lo sai cosa si dice degli elfi, no? Dacci del caffè e ti costruiremo un mondo! Comincia col prepararmene uno, ché dopo questa me lo sono ampiamente meritato.» Sempre saltellando, Giraviti sparì sotto il ventre della Baleno900.

Rennato sbuffò e si sedette al posto dell’elfo, trovandolo scomodissimo e stretto: ci entrava solo una chiappa; dannati bonbon!

«E come volevasi dimostrare,» gracchiò l’ingegnere all’interfono, «ecco trovato il danno! Lo sapevo che avevamo urtato qualcosa!»

«Qual è il problema?»

«Si è conficcato un frammento di asteroide. Lo sistemo in un attimo. Per fortuna non ha tagliato niente, ma blocca i cavi del carburante… Ma aspetta che adesso ci penso io a te, brutto-!»

Quella gli parve un’ottima notizia, almeno il tempo perduto sarebbe stato poco e recuperabile con il NOS. Rennato però sapeva che non sarebbe bastato e sperò che la famosa arma segreta funzionasse davvero.

«A-ah! Ti ho tolto, maledetto! Credevi di farla al vecchio Skrúfaðubolta? Illuso! Ehi, Rennato, metti un po’ in moto. Vediamo se funziona tutto.»

Sovrappensiero e con il muso poggiato nello zoccolo, dopo aver tolto il casco, Rennato girò la chiave di accensione e tutta una serie di lucine brillò contemporaneamente sulla consolle. Sembravano quelle dell’albero di Natale. Ce n’erano di gialle, di verdi, di bianche.

«Si è accesa?»

«Direi proprio di sì. È tutto illuminato.» E sentiva già il motore sussultare e fischiare, carburava poco alla volta ma presto sarebbe stato pronto per tornare a immettersi nel traffico galattico.

«Ottimo!»

«E anche la barra del NOS sta caricando.»

«…la barra del NOS?»

«Sì, le luci a piramide, dal basso verso l’alto. Quelle arancioni.»

«Ma perché il NOS è ancora inserito?!»

«Se ti riferisci al pulsante e alla leva dell’acceleratore, be’, sì.»

«E quando me lo dici?!» 

Giraviti gli ululò all’orecchio giusto l’attimo prima che la Baleno900 ripartisse senza alcun preavviso. Il contraccolpo fece sobbalzare Rennato dallo stretto seggiolino dell’elfo per finire a ruzzolare fin sul fondo della slitta. Zampe all’aria, la renna si trovò a guardare l’universo a testa in giù. O su. O boh. Tanto nel pieno dello spazio il sopra e il sotto non erano poi differenti. L’unica cosa davvero chiara era che non poteva muoversi e che il povero elfo continuava a ululare di ‘frenare quell’affareeeh! Oooh! No, aspetta! Forse ci sono! Uuuh! Ora sì! Peewee, metti i Beach Boys! Oh, oh! E guarda chi c’è! Ehi, bello! Salutami Mercurio!’.

«Wow! Rennato, guarda che figata!» Peewee indicava il retro della cupola. «Skrúfaðubolta sta facendo lo sci spaziale! Posso farlo anch’io?! Eh?! Posso?!»

E Rennato avrebbe voluto gridare, rimettersi in piedi e berselo lui il caffè, magari nero e forte, e al diavolo l’acidità. Epperò alla fine, incrociando le braccia per l’ennesima volta, riuscì solo a sbuffare.

«Io l’ho sempre odiato il Natale.»

 

Alla dogana al confine esterno del Braccio del Cigno vigeva molta più serietà che ai caselli e c’era meno guazzabuglio.

Le guardie galattiche di frontiera svolazzavano, imbacuccate nelle tute propulsive, di navicella in navicella, mentre quelli all’interno dei gabbiotti controllavano i documenti di viaggio, i passaporti spaziali e i bolli-navetta.

L’addetto che toccò loro fu un non meglio identificato alieno antropomorfo, dalla pelle liscissima, nera come l’inchiostro e altrettanto lucida da sembrare addirittura bagnata. Del suo viso l’unica cosa che si riusciva a distinguere erano gli occhi: orbite bianche, grandi e oblunghe, e i denti ugualmente bianchi ma composti da una fila unica superiore e una inferiore. Dava l’idea di uno che non avrebbe sorriso nemmeno chiedendoglielo in ginocchio. Spostava lo sguardo dalla slitta a loro molto lentamente e fissandoli da sopra occhiali rettangolari strettissimi poggiati sulla punta d’un naso immaginario. Li tampinò con le domande di rito e poi si fece mostrare il pacco regalo, passandolo con uno scanner. L’orbita bianca dell’occhio sinistro venne schiacciata verso la sommità e la base, in quella che Rennato ipotizzò essere una smorfia ‘divertita’

Poi li lasciò passare e furono fuori dalla Via Lattea.

Per la prima volta da che erano partiti e nonostante avessero già abbandonato il loro sistema solare, si sentirono stranieri in terra straniera. Quello era ciò che si sarebbe potuto definire davvero come ‘ignoto’, perché non c’erano le razze comunemente presenti nella loro galassia, non c’erano gli stessi cibi e modi di parlare. Un mondo del tutto nuovo li aspettava e aveva i connotati di un’avventura incredibile.

Rennato riuscì a stupirsene ancora, nonostante avesse già conosciuto tale sensazione di smarrimento e poi euforia. Loro si stavano spingendo là dove nessuno era mai giunto prima.

Si immisero nello spazio di confine che separava le due galassie. Quella di Andromeda si stagliava all’orizzonte. Sembrava vicinissima, da poterla raggiungere in un attimo, e invece ci avrebbero impiegato quasi un giorno intero per arrivare al confine e superare la nuova dogana.

Prima di entrare nella Galassia di Andromeda, comunque, avrebbero fatto rifornimento alla prima stazione spaziale che avrebbero incrociato: avevano usato il NOS due volte, erano a metà serbatoio e Giraviti premeva per comprare dei souvenir – cioè caffè! – da portare ai collaboratori, agli amici e ai parenti. Minimo avrebbero finito col doverli dichiarare, considerando quanta roba avrebbero caricato nel portabagagli della Baleno900.

«A qualche centinaio di migliaia di chilometri c’è la Stazione Spaziale Dimenticata Daddio. Sosteremo lì», decretò Giraviti e nessuno ebbe da obiettare. Per quanto riguardava le cose tecniche, aveva sempre il bonbon l’ultima parola.

Nel frattempo, Rennato decise che avrebbe potuto schiacciare un sonnellino, così si sdraiò sul sedile. Ebbe solo il tempo di socchiudere gli occhi e incrociare gli zoccoli sul petto, quando…

«Perché stiamo rallentando?» si accorse, aprendo un occhio.

«Non lo so, ma sembra ci sia un po’ di ingorgo… ah!» Giraviti sbuffò, era scocciato. «Il vigile spaziale. Oh, quando ci sono loro il traffico non scorre mai!»

Rennato si tirò su. «E perché c’è un vigile?»

Affacciandosi al parabrezza, vide altre astronavi, private e pubbliche, sostare nei pressi di una barriera che era stata eretta da un insieme di campi di forza. I vigili fischiavano, facevano cenno di fermarsi con le loro palette dal laser lungo quanto l’infinito.

Guardando verso le auto degli altri viaggiatori, vide che per la maggior parte battevano le mani, soprattutto i bambini, mentre gli adulti più frettolosi sbuffavano pigiando pigramente sui dispositivi di comunicazione – gli smartphone spaziali – di cui disponevano, altri invece li puntavano verso la barriera in attesa che ciò che doveva avvenire avvenisse. 

Erano passati troppi anni perché Rennato ricordasse tutte le stranezze cui aveva assistito o le altre feste che aveva incrociato in fase di trasporto intergalattico nei gloriosi periodi addietro.

Essendo comunque la Baleno molto più piccola delle maggior parte delle navette, e Giraviti un pilota abbastanza smaliziato da sorpassare appena aveva uno spazio, riuscirono a fermarsi a metà della seconda e terza fila, in modo che, qualsiasi cosa sarebbe accaduto, avrebbero potuto vederla da un posto d’onore, con tanto di pop-corn – perché Peewee li aveva appena fatti!

Le prime note musicali arrivarono a distanza, e con esse un bagliore diffuso che aumentava d’intensità poco alla volta ma in maniera costante.

«Cos’è? Il circo spaziale? O abbiamo beccato il carnevale di qualche pianeta?» Giraviti sorseggiò il caffè, mentre lui pescava pop-corn dal cestello che Peewee teneva nel mezzo. Nell’abitacolo della Baleno era uno scrocchiare e ruminare continuo.

Rennato strinse gli occhi, per cercare di mettere a fuoco e d’istinto si sporse in avanti. Qualsiasi cosa fosse era molto grande e… bianca… luminosa, al limite dell’accecante, e allo stesso tempo rumorosa, musicante, allegra.

«Nooo!» esclamò. «Maddai! Ma non sarà mica… Ma sì! Sì, è proprio lei! Da quanto tempo!» Poi si ritrovò sommerso di pop-corn. «Ehi! Dico! Peewee!»

«Oppertuttgliorsipolari!» Il pinguino iniziò a saltare su sé stesso, stringendo le pinne. «È proprio lei! È proprio lei!»

Balbettò, scosso tutto dall’emozione più genuina che Rennato avesse mai visto, era pari a quella dei bambini, e a volte anche degli adulti, che trovavano i regali sotto l’albero la mattina di Natale. I suoi occhioni erano enormi, liquidi d’emozione e stelle. Si spiaccicò contro il vetro del parabrezza per guardare meglio e da vicino.

«Esatto, è lei,» sorrise Rennato, «la mitica e unica…”

«…Fabbrica di Natale Itinerante di Halley!»

Un’enorme palla di ghiaccio e polveri, bianca di tutte le luci che vi si riflettevano contro e di quelle che avevano accese, dispensatrice di musica di maracas, festa e gioia. Proprio quella gioia che il buon Babbo desiderava distribuire nel mondo assieme ai suoi regali. Tagliava i cieli e i sogni di miliardi di bambini nell’universo apparendo nella notte come una luminosa cometa dalla lunga coda e nessuno era ancora riuscito a capire che, invece, era molto di più: un piccolo frammento di miracolo per il quale ci si poteva ancora stupire.

«È il mio sogno, fin da quando ero un ovetto…» Peewee era incantato, la bocca spalancata in una ‘o’ che traboccava meraviglia. «Ne ho sentite tante di leggende, si diceva che da essa piovessero regali quando passava nelle orbite dei pianeti. E neve di zucchero. Sulla Terra è passata svariati anni prima che io nascessi, credevo non sarei mai riuscito a vederla…»

«Be’, in realtà non è fuori porta? La sua rotta non comprende i pianeti nettuniani e poi ritorno?»

«Sì, ma una volta fatta la tratta standard, va un po’ dove le pare. Ha un motore lì sotto alla roccia, cosa credi?» 

«Bah. E comunque perché fare tante moine? Avessi capito distribuisse anche caffè: solo con lo zucchero che ci fai?!» Giraviti arricciò il baffo in posizione scettica, ma Rennato non si fece toccare dal cinismo dell’elfo, e per quanto fosse sempre stato dalla parte del Grinch, c’erano momenti in cui comprendeva appieno lo spirito natalizio.

«E allora fermiamola», disse con un sorriso. Si allungò verso la postazione del bonbon e diede al clacson una precisa sequenza sonora: Re-Mi-Do-Do-Sol

Dopo un attimo, dalla cometa risposero con lo stesso suono, più veloce e di trombetta. La fabbrica rallentò fino a fermarsi, proprio davanti a loro, per la gioia di tutte le persone che poterono ammirarla da vicino.

Da una finestrella laterale, fece capolino tra le polveri un alieno dalla pelle rossa e il vestito bianco. Aveva i capelli grigi che gli arrivavano a coprire gli occhi e a ogni movimento era un tinnire di campanelli. Con le dita fece spazio tra le ciocche per vedere meglio.

«Ehi! Mi venga un colpo se non ci sono dei terrestri laggiù!» gridò attraverso un megafono. «Chi siete, amici?»

Rennato parlò nel microfono e le onde sub-sonore, in grado di propagarsi anche nel vuoto, vennero riprodotte dall’altoparlante esterno.

«Ehilà, Bob Babalouche. Sono Rennato.»

«Eeeh? Rennato? ‘deer! Mi prenda una tormenta! Da quanto tempo non ci vediamo? Anzi, da quanto tempo non vedo dei terrestri da queste parti. Aspettate ché vengo giù!»

«Ossantipinguini viene giù! Ha detto che viene giù! Dici che se glielo chiedo, me lo farà l’autografo? E-e un selfie? Oh! Devo recuperare carta e penna! Subito!»

Peewee non stava più nella pelle. Giraviti, invece, continuava a sorseggiare serafico e disinteressato il suo caffè.

Dopo qualche minuto, dal fondo della cometa si spalancò una porticina e il Bob – l’equivalente di ‘babbo’ sulla cometa di Halley – fece la sua uscita trionfale. Era enorme. Di altezza, braccia e gambe. Alto alto, lungo lungo. Una specie aliena che era venuta varie volte sulla Terra, non solo con il passaggio della Fabbrica Itinerante di Halley, e che dai terrestri era anche stata avvistata, qualche volta. Li chiamavano yeti

Indossava una tuta spaziale bianca, che si mischiava a tutto il bianco della cometa, scarponi antigravitazionali per scendere senza troppi sobbalzi lungo la scalinata che, molto tecnologicamente, si era staccata dal corpo dell’asteroide-navetta e un bel casco, dentro cui era riuscito a stento a far entrare i rasta che aveva sulla testa e che, per tale motivo, occupavano ogni possibile visuale.

«Ma riesce a respirare, là dentro?» domandò Giraviti inclinando appena un po’ il capo. «Sarà, ma nel vederlo ho una certa sensazione di déjà-vu…»

Rennato sorrise. «Non ti ricorda proprio nessuno?»

Giraviti si sporse e strinse di più gli occhietti. I baffi distesero il ricciolo, divennero dritti e rigidi.

Il Bob, che era ben piazzato come il loro Babbo terrestre, fece i primi due passi mandando avanti la stazza con una certa sicurezza. Al terzo slittò sullo scalino che non vide – e Rennato si chiese come avesse fatto a vedere i due che l’avevano preceduto! – e iniziò a ruzzolare o, meglio, a rimbalzare rocambolescamente per l’intera scalinata fino a che non si fermò, spiaccicandosi come un ramarro contro la cupola della Baleno; la slitta dondolò tutta.

«Ouh! Che botto.» Giraviti si girò a guardarlo. «Si vede che è un Babbo.»

Ma Bob Babalouche non si era fatto niente, anzi, da dentro al casco si azionarono delle levette che aprirono i capelli come una tendina. Gli occhi rossi e il naso a patata del babbo spaziale, così come il tatuaggio bianco che aveva in fronte in una forma molto simile ai loro fiocchi di neve, fecero capolino e la bocca si aprì in un sorriso smagliante.

«Sono arrivato in un lampo, ragazzi! Che agilità, eh? Sono ancora in forma!»

Dato che la Baleno900 era troppo piccola per poter ospitare tutti, loro tre decisero di uscire nello spazio. Peewee era così su di giri che rischiò un paio di volte di prendere lo spazio aperto, ma per fortuna era ben ancorato alla slitta, mentre Giraviti era ormai esperto e restava poggiato di schiena alla cupola della Baleno.

«Accidenti! Non vedevo quella navetta da qualche centinaio di anni! Mi è sempre piaciuta, così raccolta: quale modo migliore per stare tutti vicini e volersi beeene, ‘deer?! Diamoci amore!»

«Cupido!» sbottò l’elfo d’un tratto, additando il babbo natale spaziale.

«Dove?!» Babalouche si guardò attorno, per modo di dire. «È venuto anche il mio tirocinante preferito?!»

«No, Bob. Siamo solo quelli che vedi adesso», spiegò Rennato, «quella alla Galassia di Andromeda è stata una consegna imprevista e non ci siamo organizzati per tempo.»

«In quale pianeta siete diretti?»

«NokNok.»

«Ah! Carino! Sono tutti così… verdi! Quindi non avete tempo per salire e farvi un giretto con noi?»

«Siamo proprio di fretta.»

«Lo capisco, ma non posso lasciarvi andare via senza un regalo. Altrimenti che Bob Babalouche itinerante sarei? Spargere amore e regali è il mio dovere!» quindi si volse in direzione della cometa. «Eeehi! Di lassù! Passatemi il sacco, bro

«Prendilo, bro

Qualcuno lanciò un grosso sacco di juta, chiuso da un fiocco rosso e munito di piccolo reattore direzionale. Volò fino a cadere con precisione tra le mani del babbo spaziale.

«Grazie, bro

«Yo!»

«Tirocinante, uh?» borbottò Giraviti verso di lui. Rennato sollevò le spalle.

«Era un periodo di scambi culturali. Andavano forte, all’epoca.»

«S-signor B-bob B-babalouche…» Peewee si fece avanti di un passetto. Tra le mani stringeva lo smartphone, un taccuino, tutto il suo coraggio e l’emozione. Gli tremava il becco. 

«Piccolo amico con le pinne, vuoi essere il primo ad avere un regalo?»

«P-posso avere un a-autografo, s-signor Bob? E… e un selfie! Sono un suo grande ammiratore!»

Il babbo tirò indietro la testa, la sgrullò e i campanelli tintinnarono lo stesso, anche se chiusi nel casco. Si indicò con una certa sorpresa.

«Io? Sono così famoso? Daaai! Vieni qui, amico mio! Abbracciamoci! Facciamoci foto! Condividiamo l’amore universale!»

Fu così, che un felicissimo Peewee, coronò il suo sogno nel cassetto tra autografi, selfie, selfie con la cometa, baci e abbracci, cui a un tratto vennero costretti anche lui e un recalcitrante Giraviti. Ma le braccia di Bob Babalouche erano lunghissime e loro troppo piccoli per sperare di poter sfuggire alla sua presa salda e stritolante. Quindi, seguirono altri selfie, altri abbracci, espressioni disperate e sorrisi genuini, tentativi di fuga e smorfie, prima che lo yeti della Cometa di Halley li lasciasse andare.

«Per tutti i decaffeinati, mi sento come uno shakerato.» Giraviti cercò di sistemare la tuta spaziale mezza disordinata.

«E tu, amico elfo!» Babalouche si rivolse proprio al bonbon. «Cosa vorresti?»

Giraviti arricciò un solo baffo con ironia, e un po’ della tipica arroganza elfica. «Con tutto il rispetto, Bob, ma non credo che tu possa avere qualcosa di adatto a me. Lascia i tuoi regali per i sognatori, come Peewee. Noi elfi siamo gente concreta.»

«Davvero?» anche se non si poteva vedere per via dei rasta, Rennato sentì che il babbo stava sorridendo compiaciuto. Ravanò più a fondo nel sacco che aveva il ventre a capienza infinita, proprio come quello del loro Babbo Natale. «Cupido mi ha detto che c’è una cosa di cui gli elfi vanno matti…» disse, poi estrasse un barattolo di latta rotondo, con sopra disegnato un indiano robot.

«Caffè?!» esclamò Giraviti sgranando gli occhi e arraffando subito il bottino dalle mani del babbo. Ecco che anche il riottoso elfo aveva assunto la stessa espressione trasognata del piccolo pinguino che aveva tanto preso in giro. 

«E mica un caffè normale», spiegò Babalouche. «Questo è caffè multiuso. Puoi usarlo per tutto. O, be’, quasi tutto. Ma nel 96% dei casi è un’ottima soluzione. Attento, però: è così concentrato che ti basterà versarne la punta di un cucchiaino per ottenere una bomba. Una vera bomba.» Guardò Rennato, gesticolò. «Di quelle che esplodono. Boom!»

«Qualcosa di meno pericoloso non c’era?» sbuffò la renna.

«Nah! Ma è tranquillo! Scialla, ‘deer

«Oh, grazie. Lo custodirò come un tesssoro.» Giraviti teneva il barattolo stretto al petto e continuava a lisciarlo come fosse stato un gattino. E Bob Babalouche si era conquistato un altro fan intergalattico.

«Be’, Rennato, manchi solo tu. Cosa vorresti?»

L’interpellato sospirò lungamente. «Vorrei della pazienza, ma non credo che-»

«Tutto qui? Sei sempre stato uno di poche pretese.» Dal solito sacco, il babbo spaziale cavò un paio di sacchetti di alluminio. «Ora ce l’abbiamo anche in forma di snack. Ne vuoi una scorta?»

Rennato guardò i pacchetti, uguali a quelli delle patatine, poi guardò lo yeti.

Bastava così poco per rendere felice qualcuno e Babalouche era a quota tre fan.

«Carica il portabagagli!»

 

Continua…

Mattoni Gialli
Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

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