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Capitolo 4 – NokNok andata e ritorno. Soprattutto ritorno

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Capitolo 4 – NokNok andata e ritorno. Soprattutto ritorno

Andromeda è ancora lontana e sembra davvero irraggiungibile, ai nostri non resta ormai che utilizzare finalmente l’arma segreta! Ma quando tutto sembra finalmente girare per il verso giusto, ecco che la sfortuna torna a giocare un brutto tiro al Team Natale, anche le patatine di pazienza ormai serviranno a poco per il nostro Rennato! Riusciranno a tornare a casa o saranno costretti a festeggiare il Natale su un pianeta sperduto nell’Universo?

Ed ora la conclusione, nel quarto e ultimo capitolo di “Un Natale stellare per Rennato!”, buona lettura!

 

Avevano visto ripartire la Fabbrica di Natale Itinerante di Halley e, poco dopo, erano ripartiti anche loro. Il tempo correva, ma stranamente Rennato non era così di pessimo umore come egli stesso si era aspettato. Forse doveva essersi assuefatto alle grane e alle sfighe, o forse era tutto merito della pazienza formato snack che continuava a sgranocchiare – gusto muschio, niente male!

Avevano rifornito il NOS alla Stazione Dimenticata Daddìo, avevano passato la dogana per accedere alla Galassia di Andromeda e ora vagavano seguendo la rotta del loro pinguino navigatore che però non era più su tratte che avrebbero potuto definire conosciute e attorno c’erano sì stelle, nubi di polveri e nebulose… ma sembravano avere facce e colori diversi, luci soffuse, meno vuoti e più pianeti. Dalla Terra si poteva avere solo lo scorcio di un frammento infinitesimo dell’universo, si rese conto, e loro erano così piccoli da diventare invisibili. 

«Viti e bulloni…»

Giraviti masticò fastidio tra i denti e sbuffi seccati. Peewee stava schiacciando un pisolino e aveva il becco aperto e un rivoletto di bava che colava sul pelo bianco e nero.

Rennato rivolse lo sguardo alla schiena dell’elfo.

«Cosa mormori?»

«Che siamo in ritardo.»

«Oh, te ne sei accorto?» ironizzò, scrocchiando patatine di pazienza. «Quando lo dicevo io non mi volevate credere.»

«No, perché non lo eravamo, allora! Abbiamo perso più tempo del previsto…»

«Non è arrivato il momento di usare la vostra super arma segreta di cui avevate parlato quando siamo partiti?»

«Non siamo ancora abbastanza vicini al pianeta Tiralungo.»

«E quindi?» oh, ma che meraviglia era quella pazienza scrocchiarella? Rennato si sentiva così in pace col mondo che nemmeno le brutte notizie di Giraviti sembravano toccarlo. Avrebbe dovuto farsene spedire qualche quintale dritto sulla Terra.

«E quindi di questo passo non arriveremo in tempo per Natale su NokNok! La consegna rischia di saltare.»

«Cosa?!» L’urlo di Rennato rimbalzò per tutta la cupola della Baleno900, sputacchiato assieme a briciole di pazienza.

«Arrivo subito, mamma!» Peewee saltò sul seggiolino con un balzello e gli occhi assonnati, chiusi a metà. Si guardava attorno, non capiva dove fosse né cosa stesse accadendo.

«Come sarebbe che non faremo in tempo?!»

«Proprio quello che ho detto. Dovremmo accelerare per riuscire a stare nei tempi, e accelerare significa usare il NOS e nella Galassia di Andromeda è vietato. Rischieremmo la multa.»

«E chi se ne frega! È intestata alla Lapponia Express, ci penserà Freccia a far quadrare i conti. Noi dobbiamo solo pensare ad arrivare dove dobbiamo arrivare e, soprattutto, quando dobbiamo arrivare. Su questo abbiamo carta bianca!»

Giraviti gli lanciò un’occhiata dubbia da sopra la spalla. «Non credo che Freccia avesse contemplato anche l’assegno in bianco.»

«Poche chiacchiere e dai di gas. Sono io a fare le veci di Babbo in questa missione e il mio è un ordine. Vai col NOS!»

Giraviti sospirò e fece quello che gli era stato ordinato. Ci fu un rapido inserire di cinture di sicurezza, con Rennato che non aveva neppure indossato il casco, ma si ingozzava di pazienza nella speranza di ritrovare uno stato mentale che potesse portarlo almeno nei pressi del Nirvana.

La forza del NOS strinse per l’ennesima volta tutti i passeggeri contro i seggiolini, schiacciati come sardine, perché Giraviti lo stava mandando a piena potenza – tanto, multa più, multa meno. 

Rennato non ebbe idea di quanti anni luce avessero percorso, quando il suono di una sirena spaziale li affiancò subito, e poi li superò addirittura nel bagliore di lampeggianti verdi e rosa.

«Ecco qua.» Giraviti alzò le mani dai comandi, uscì dal NOS e incrociò le braccia al petto. «Come volevasi dimostrare. Ora con quelli della Stradale Galattica ci parli tu?» chiese, girandosi a guardarlo. Poi inarcò un sopracciglio. «E smettila di ingozzarti! Finisce che ti prendono per un drogato!»

«Senti chi parla!» masticò Rennato a bocca piena. Ingollò il bolo con un sono ‘glom’ e poi fece sparire il sacchetto sotto al seggiolino. 

La volante della stradale rallentò con loro, entrambi fuori dalla velocità stellare di crociera tanto da sembrare fermi. Attorno le altre navette e scie passavano veloci come missili. Il vigile scese con il razzo direzionale settato al minimo, fluttuava in tutta calma. Aveva già in mano il tablet per la multa. Sulla testa indossava un caschetto con il simbolo di una stella circondata da una spira galattica – logo della polizia di Andromeda – e la sua faccia… be’, lì sarebbe stato interessante capire da che parte interpretarne lo sguardo visto che aveva almeno una decina di occhi che si muovevano, aprivano e chiudevano in sequenze diverse.

 

 

Appena fu abbastanza vicino, Giraviti accese l’interfono.

«Bene, bene, bene…» borbottò il vigile. «E cosa abbiamo qui? Un utilizzo vietato del NOS. Andiamo di fretta? Patente e libretto galattico, prego.»

«Buonastella a lei, agente.» Giraviti recuperò i documenti dal cruscotto della consolle e li fece fluttuare all’esterno affinché finissero in una delle quattro mani dell’alieno. Quest’ultimo lanciava occhiate di sghimbescio agli altri occupanti della slitta.

«Pianeta Terra, uh? Via Lattea. Siete lontanucci da casa.» E intanto stava già compilando il verbale. Dal seggiolino posteriore, Rennato venne avanti giungendo gli zoccoli.

«La prego, agente. È una situazione d’emergenza.»

«Dicono tutti così», sogghignò il vigile impietoso.

«Siamo del Servizio Galattico Natalizio e siamo in consegna qui nella Galassia di-»

«Servizio Natalizio?» L’alieno alzò la testa. «Siete fattorini?»

«Sissignore. Abbiamo un pacco da consegnare su NokNok.» Rennato mostrò il dono con la speranza che fungesse da lasciapassare, ma l’agente lo soppesò con lo sguardo in maniera sospetta. Gli occhi vagavano per tutta la navetta, sembrava potesse vedere ovunque contemporaneamente. 

«Non mi sembra siate messi molto bene con il vostro mezzo… L’ha passata la revisione annuale?»

«Ehi! Guardi che ho fatto un miracolo! Sa com’era prima che io la riparassi?! Un vero ces-!»

Rennato infilò lo zoccolo in bocca a Giraviti per farlo tacere e accennò una risatina.

«Lo sappiamo. I potenti mezzi terrestri… non sono poi così potenti. Ci attrezziamo come possiamo e in realtà avevamo calcolato i tempi giusti, solo che un guasto qui, un problema là e ora siamo in ritardo. Rischiamo di perdere il Natale su NokNok e non poter consegnare il pacco! O, peggio: non poter rientrare in tempo per il Natale terrestre! Non vede che disastro?! Ci sono dei bambini che rischiano di trovare vuoto il loro alberello la mattina di Natale. Avranno atteso invano che Rennato la Renna consegni loro i doni. Finirebbero col non credere più a Babbo Natale, perderebbero il senso della vita e della loro giovinezza. Disillusi a cinque anni, a dodici potrebbero finire ad ascoltare Pedez… Kuboeffine… o addirittura Skiaffi! Quelli che non prenderebbero dai loro genitori, purtroppo. Capisce che il futuro di milioni di poveri bambini è nelle sue mani, agente? Nella sua magnanimità…» 

Gli anni passati con Donato, oltre a lunghi momenti d’ansia, gli avevano insegnato pure come estrarre il succo della tragedia anche dalla rottura di un’unghia. Rennato aveva imparato a fare gli occhioni compassionevoli – sempre con lo zoccolo infilato nella bocca di un recalcitrante Giraviti che agitava le braccine come un polipo.  

«Premesso che non ho capito niente di ciò che sta dicendo, so che i fattorini godono di una certa immunità durante il periodo natalizio. È un periodo impegnativo con la gente che si ricorda i regali all’ultimo momento, le distanze da coprire e le consegne da effettuare in un momento preciso, ma non posso permettervi di usare il NOS, quindi vi trascineremo usando il nostro.»

«Oh! Grazie, agente! E ci farete la multa?» occhioni.

«Dovrei. La legge non ammette ignoranza alcun-»

«La prego, per i bambini!» occhioni, occhioni.

«D’accordo. Ma solo per questa volta.»

«Ah! Lei è un benefattore!»

Il vigile gonfiò il petto e fece sparire il tablet nella fondina della cintura. «Sì, sì. Ma ditemi un po’: per andare a NokNok siete fuori strada.»

«In realtà siamo diretti prima al pianeta Tiralungo…» 

«A-ah! Volete sfruttare l’effetto fionda per fare prima, uh? Ingegnoso.»

«Già! Solo i migliori per questa consegna.» Rennato ormai aveva una paresi alla faccia per il sorriso finto e reiterato. Annuì, e poi si girò a guardare Giraviti con occhio omicida. «Vero?»

«Mhmhmh! Mh!» mugugnò l’elfo.

«D’accordo, allora vi attaccherò alla nostra volante. Vi faremo cenno di accendere i motori. Intanto, tenetevi pronti.»

«Sissignore, agente!»

Il vigile tornò alla volante, per iniziare le manovre di traino, Rennato tolse lo zoccolo dalla bocca di Giraviti che sputacchiò ovunque.

«Effetto fionda?!» fece eco con gli occhi fuori dalle orbite.

«Pù! Pù! E strapù! I tuoi zoccoli sanno di muschio!»

«È questa la vostra ‘arma segreta’?! Verremo sparati come sassolini?!»

«Hai un’idea migliore? Perché io no, e io sono quello ‘ingegnoso’

«È l’unico modo che abbiamo per arrivare in tempo, Rennato», spiegò Peewee, e anche se lui aveva molti più dubbi che certezze, poté solo incrociare le zampe al petto e infossarsi nel seggiolino. La cintura di sicurezza legata con movimenti bruschi e infastiditi, e poi sbuffi a non finire come un treno a vapore.

Seguendo le indicazioni della stradale ripresero la navigazione e si tennero in contatto radio per migliorare i tempi e le sincronie. Partirono con il NOS della volante e loro dietro proprio come una vera slitta al traino. Ci volle meno del previsto per arrivare nei pressi di Tiralungo, in parte perché una tratta l’avevano accorciata grazie al loro propulsore e in parte perché quello della stradale galattica era più potente. La povera Baleno aveva ballato più del solito alle sollecitazioni, ma aveva retto bene. Giraviti ne era proprio soddisfatto, visto quanto erano arricciati i baffi e non faceva che confabulare con Peewee; entrambi annuivano, controllavano dati e schemi. Rennato li sbirciava, ma non smetteva di avere il broncio.

Si fermarono che erano fuori dall’orbita di Tiralungo.

«E quella che diavolo è?!» sbottò Rennato con strabuzzata d’occhi obbligatoria nel vedere un circolo continuo di navicelle attorno al pianeta, che venivano lanciate via come delle schegge.

«Bene, fattorini. Direi che ci siamo. Noi vi lasciamo qui, per permettervi di entrare come si deve nella rotatoria spaziale. Mi raccomando, niente più NOS, però! La prossima volta non saremo così accomodanti.»

«Grazie, agente. Può star certo che non ricapiterà», rispose Giraviti via radio. La volante staccò il cavo che faceva da traino e poi si allontanò senza troppa fretta. «Aspettano per vedere come ci comportiamo», aggiunse l’elfo. «Che diffidenti! Adesso gli faccio mangiare un po’ di polvere stellare. Pronto con la nuova rotta, Peewee?»

«Impostata!»

«Allora andiamo!»

«Andiamo?! Andiamo dove?! Non vorrai entrare in quella bolgia?! Già nelle rotatorie normali sai quando entri e non quando esci, come speri di passare in mezzo a quel… tritanavette?!»

«È tutta una questione di tempi, caro il mio scettico.»

«Ma questa slitta è troppo vecchia per una rotatoria! Non c’erano ancora quando è stata inventata!»

«Per questo abbiamo fatto l’assicurazione prima di partire.» Peewee sorrideva, stringendosi nelle spalle, mentre la Baleno veniva indirizzata verso il pianeta. 

Per ogni evenienza, Rennato non sganciò la cintura: l’ultima volta che era andato a zampe all’aria o si era trovato con un caffè spiaccicato sul casco gli era bastato. Finire in una centrifuga non era mai stata l’aspirazione della sua vita, aveva sempre puntato a qualcosa di meglio e più concreto, come essere il primo presidente renna del Servizio Galattico Natalizio; ne avrebbe avute di cose da sistemare. Ad ogni modo, oltre a tenersi ben saldo con la cintura, Rennato si abbrancò all’imbottitura della poltrona non appena Giraviti si immise nel flusso continuo di astronavi che saettavano come scariche elettriche. Creavano un anello brillante attorno a Tiralungo, e le scie d’entrata e uscita erano luminosi fili di ragnatela che si disperdevano nello spazio. Nel venire risucchiati dalla rotatoria, Giraviti accelerò in maniera graduale e costante; il flusso stesso delle altre navette creava una spinta in pieno stile NOS, infatti la Baleno cominciò a ballare. Tremava tutta, dal primo all’ultimo bullone. A Rennato tremavano finanche zoccoli e corna, oltre alle ossa, le vene ai polsi, e pure alle caviglie e in qualsiasi altra parte del corpo. Gli occhi spalancati saettavano assieme alle astronavicelle per tentare di seguirne il fluire, ma si ritrovò che gli girava tutto, peggio di quando Ballerina gli volteggiava attorno.

«Vogliamo restare qui dentro ancora per molto?!» esclamò a un certo punto, stretto contro il seggiolino e con lo stomaco ormai arrivato in gola. Non aveva idea di quanti giri del pianeta avessero già fatto.

«Devo prendere il tempo giusto. O vuoi sfracellarti contro un’altra navetta e mettere su un bell’effetto carambola? Non distrarmi!»

«Oh, mamma renna…» piagnucolò Rennato al rimbrotto dell’elfo che invece si manteneva concentratissimo, con il baffo dritto dritto e il corpo proiettato in avanti. Doveva essere l’effetto della caffeina che aveva in circolo al posto del sangue, lo teneva così in tensione che se avesse pizzicato i baffi ne sarebbe venuto fuori un bel giro di basso. 

«Tenetevi pronti, ora arriva il peggio.»

«Perché non era questo?!»

Giraviti effettuò una sterzata improvvisa: piegò la cloche tutta a sinistra e loro fecero lo stesso. Rennato non si trovò disteso sul seggiolino solo perché la cintura lo teneva ben saldo, ma la Baleno era inclinata almeno a 90°. Dalla calotta di ultraglass, la renna vide tagliare le scie create dalle altre astronavi, passarono radenti una di queste tanto che poté specchiare il proprio muso dalla bocca spalancata nel vetro dell’altra nella frazione di un millesimo di secondo zoppo. Poi tornarono dritti e la pressione lo inchiodò allo schienale. L’effetto fionda della rotatoria li aveva lanciati come una pallina da flipper: schizzarono via lungo una delle uscite per la quale altre navette volavano a velocità superiori a quelle offerte da qualsiasi NOS, compreso il propulsore della stradale galattica.

La Baleno riprese a tremare più forte di prima, il metallo scricchiolava e sembrava dovesse staccarsi pezzo per pezzo. Rennato, questa volta, aveva la certezza matematica che non ne sarebbero usciti interi, ma non aveva neppure la forza di parlare perché la pressione della spinta era tal quale a quella della partenza: si sentiva inglobare dal proprio seggiolino e tutto quello che poteva fare era restare a bocca spalancata a mangiare moscerini virtuali. Gli occhi saettavano alle giunture della slitta in sofferenza, nell’attesa di veder saltare le prime viti. 

Poi, l’inchiodata.

Tutta la forza della pressione si trasformò in spinta. Giraviti venne proiettato sulla consolle, Peewee aveva pinne e zampe distese, Rennato sentiva le cinture di sicurezza divenire tutt’uno con costole e budella, tanto da togliergli il fiato. 

Infine, arrivò il rinculo che li spinse di nuovo indietro, ma non in maniera drammatica. Fecero questo giochino da bunjee-jumping un paio di volte, fino a che la forza non si esaurì del tutto e furono anche loro fermi e immobili nel mezzo dello spazio.

Nei primi secondi, la conversazione fu ridotta a una sequela di mugugni.

«Uuuuh?»

«Ah… ah, ah.»

«Iuh ohi… ohi.»

«Sto per vomitare…» borbottò Rennato, trattenendo la nausea.

«Proprio ora che siamo arrivati?» Con gesti a rallentatore, il bonbon indicò oltre il parabrezza che, a dispetto di qualsiasi previsione, aveva retto. Oltre il vetro della cupola, nello spazio aperto e trafficato della Galassia di Andromeda, c’era questo pianeta dai colori verdastri e azzurri, che brillava sotto il sole a luce fredda del loro sistema stellare. 

«Signori, ecco il pianeta NokNok. E siamo ancora in tempo.»

Gli occhi di Rennato si fecero enormi d’entusiasmo. Non poteva crederci di averlo raggiunto; e che fosse ancora vivo per poterlo raccontare sembrava un miracolo. 

«Ce l’abbiamo fatta. Ce l’abbiamo f-…» 

Il conato risalì. Rennato fece in tempo a togliersi il casco e ci vomitò dentro tutta la pazienza di cui si era riempito la pancia.

 

L’atmosfera di NokNok era respirabile anche per i terrestri.

Un po’ pesante e con un vago sentore di cocco, ma tutto sommato sopportabile.

La 3N – NokNok Natale, succursale del Servizio Galattico Natalizio – aveva una struttura che avrebbe davvero potuto definire spaziale: squadrata, supertecnologica. Cartelloni olografici trasmettevano pubblicità dei loro servizi alternate a canzoni natalizie della tradizione noknokkiana. Avevano un ampio parcheggio esterno, dove stazionavano file di navette tutte uguali con il logo dell’agenzia. 

«Devono essere quelle per le consegne galattiche», ipotizzò Giraviti quando scesero dalla Baleno

Finalmente. Terra. 

Qualcosa di solido su cui camminare che non traballasse, non scricchiolasse, non minacciasse di aprirsi come una cozza. La prima cosa che Rennato fece appena mise piede sul suolo extraterrestre fu di inginocchiarsi e baciare l’asfalto – o quello che era.

«Grazie, Dio delle Renne!» esclamò con estrema teatralità e le zampe in alto, sotto gli sguardi comprensivo e seccato di Peewee e Giraviti. 

«Vuoi smetterla di fare tutte queste scene?»

«Non sono scene! Ho rischiato di tirarci le corna su quella scassetta!» Rennato si alzò, diede una ripulita alla tuta sulle ginocchia e avanzò spedito con il pacchetto sottobraccio, salvo poi fermarsi poco prima della soglia d’entrata e additare entrambi i compagni di viaggio. «E mi raccomando: non una parola su quanto avvenuto sulla navetta! Siamo intesi.»

«Tranquillo, non diremo a nessuno che hai svomitazzato nel casco come un novellino», sogghignò l’elfo.

Rennato lo fulminò con un’occhiataccia.

Anche dall’interno, la sede della 3N era supertecnologica tanto da far apparire la Lapponia Express come la loro pro-pro-pro-pro-pro-tris-nonna. Omini volanti si muovevano dappertutto conducendo carrellini pieni di pacchetti e regali, e altrettanti correvano a piedi. Fogli olografici sparsi si sollevavano al passaggio di questi dipendenti che, a ben guardare, più che indaffarati sembravano preda del panico.

Peewee inarcò un sopracciglio. «Che sta succedendo?»

«E io che credevo che quelli incasinati fossimo noi…» ironizzò Giraviti.

Si avvicinarono al banco della reception, dove un’aliena era sommersa di carte olografiche che le svolazzavano intorno senza una logica. Nella parte interna del bancone, bicchieri su bicchieri accatastati in torri traballanti che minacciavano di precipitare da un momento all’altro, e la signorina che rispondeva a una ventina di telefonate diverse, e altrettante continuavano a squillare.

«Prendi la navetta 32, la 31 è in manutenzione. No, che non lo so dove è stato messo il carico per Vultuk-4! I turni delle consegne sono affissi nella sala mensa e abbiamo mandato flippa-mail a tutti già questa mattina all’alba! Sì, Vvet, il quadrante ovest tocca a te e a Rrot. No, niente cambi turni, toglietevelo dalla testa! Se pensate di fare i furbi, vi cavo l’unico occhio che avete, sono stata chiara?!» Solo dopo aver sbraitato come un’ossessa, l’assistente alzò la testa e si accorse di loro. L’enorme occhio ciclopico li mise a fuoco e riusciva a spiccare sul colorito della pelle, di un bel verde brillante. Sulla testa, i capelli erano un cipollotto aggrovigliato e in disordine da cui spuntavano qualcosa di molto simile a dei ferri da lana.  

La signorina fissò tutti e tre per alcuni secondi con la bocca ridotta a una linea dritta. Rennato avvertì Peewee scivolare dietro le sue gambe e anche lui si sentì un po’ in soggezione. Ma d’un tratto l’assistente si sciolse in un ampio sorriso di benvenuto – di quelli che insegnavano anche al corso per diventare dipendente alla Lapponia Express: il sorriso di plastica. Rennato non era mai riuscito a farne uno che soddisfacesse il suo istruttore, ma avevano bisogno di renne e quindi… a renna rennata non si guarda in bocca! O qualcosa di simile.

«Sì?» 

«Salve, siamo della Lapponia Express, la filiale terrestre del Serivizio Galattico Natalizio, e abbiamo una consegn-»

«Ah! Finalmente! Ma dove eravate finiti?! Vi aspettavamo cinque ore fa!» L’assistente riprese a sbraitare. Nella foga le volò una molletta dalla fronte e i capelli si disordinarono ancora di più. «Non potete capire! Oggi è un delirio! Avete scelto il momento peggiore per fare tardi! Ho iniziato il turno da sole sei ore e sono già al duemilatrecentoventunesimo kuofè!» Con un braccio – corto, sottile e dalla manina piccina se paragonata alla testa – indicò l’altissima torre di bicchieri vuoti. 

Oh, e quindi filiale che andavi, assistenti bevande-dipendenti che trovavi.

«Be’, scusa dolcezza,» si fece avanti Giraviti con una certa sicurezza, «ma non sei l’unica ad aver avuto problemi. Noi siamo venuti dalla Terra con una carretta vecchia di almeno quattro generazioni, fai tu!»

«Oh davvero, beibaffetti? E allora senti questa: noi abbiamo Abbà Nokkon a letto con una poltronite paludosa! Ne avrà per una settimana intera, e indovina cosa dobbiamo fare entro domani?» L’assistente ruotò i piccoli indici nell’aria. Poi saltò giù dalla sedia e sparì alla loro vista, tanto che Rennato si sporse e la vide camminare velocissima su gambine minuscole. Sparì nella stanza alle spalle del banco d’accoglienza e dopo poco ritornò con in mano nuovo tubo di ultraglass, al cui interno fluttuava un pacchetto olografico, sottile come un tablet e della stessa luminescenza verde della letterina da cui tutto era iniziato.

Risalì sulla seggiola, tornando alla loro altezza in modo che tutti potessero vederla, e piazzò il tubo sul bancone con un botto secco che li fece sobbalzare.

«Proprio per questo sarete voi a dover consegnare il regalo al piccolo terrestre.»

«Cosa?!» Fu l’esclamazione corale di Rennato, Peewee e Giraviti che non si erano mai trovati così d’accordo come in quel momento. «E come facciamo?!»

«Ah, non lo so. Abbiamo già abbastanza problemi noi per accollarci anche quelli degli altri. Il vostro pacco, prego.»

Con l’ennesimo sbuffo, Rennato appoggiò il loro tubo di ultraglass sul bancone e lasciò un’impronta sul modulo di consegna. L’assistente prese il tubo, lo rigirò e sbatté più volte la sola palpebra che aveva.

«Oh, che carino.» Poi, senza la minima esitazione, stampò un timbro olografico sul vetro e lo lanciò in uno dei tanti carrelli che stavano passando, spinti in fretta da altri assistenti come lei. «Ehi, Murak! Quello lì deve andare in consegna adesso, hai capito?!» strepitò all’indirizzo del collega che si limitò ad alzare una manina e a correre più in fretta. «E anche questa è fatta. Mi sono proprio meritata il duemilatrecentoventiduesimo kuofè.» 

Infine, guardò loro che erano rimasti come tre stoccafissi imbalsamati davanti al bancone. Li valutò uno per uno e poi disse: «Ancora qui? Su, andate, andate! Buona giornata!» Saltò giù dalla sedia e sparì in un turbinio di piedini spazzola-pavimento e ticchettare di scarpette.

I tre della Lapponia Express si scambiarono una reciproca occhiata carica di perplessità e preoccupazione – e Rennato ci aggiunse anche fastidio, già che c’era. Uscirono dalla filiale della 3N e si avviarono alla Baleno. Fuori era tutto uno sciamare di navette in arrivo e in partenza.

«E adesso?» Peewee si appoggiò sconsolato alla slitta. Tra le mani teneva il regalo da consegnare sulla Terra. 

«Adesso niente», brontolò Giraviti, «ci toccherà bruciare qualche semaforo rosso. Accidenti, avrebbero almeno potuto avvertirci, avrei ricalcolato i tempi.»

«Ci abbiamo messo quasi tre giorni per arrivare qui, tra ritardi, code del traffico e contrattempi. Il rientro dovrebbe essere più svelto», valutò Rennato, ma l’elfo scosse il capo.

«Sì, ma di quanto? Potrei recuperare mezza giornata con Peewee se trovassimo un’altra rotta, ma anche così… arriveremmo per Santo Stefano.»

«E non si è mai vista una consegna a Santo Stefano… Non sarebbe più Natale…» concluse il pinguino.

«E allora ci toccherà prendere un multone. Freccia farà buon viso a cattivo gioco, è per una buona causa.» Rennato gonfiò il petto e alzò il muso con sicurezza, ottenendo anche l’obbligato appoggio di Giraviti. 

Un po’ rinfrancati, ma comunque non tranquilli, risalirono in fretta sulla Baleno e tutti ai posti di combattimento: seggiolini a posto, cinture allacciate, nuova rotta tracciata e che avrebbero corretto di volta in volta, regalo caricato, caschi sulla testa. Erano pronti per mettere in moto e andare subito di NOS.

«Quando saremo nei pressi del nostro sistema solare, provvederò a chiamare il Babbo e sapere dove sono per concordare un rendez-vous», aggiunse Rennato. «Nel frattempo, partiamo!»

Giraviti diede corrente alla navetta e tutte le lucine interne delle consolle si accesero, compresa quella che dal basso soffondeva per illuminare l’abitacolo – anche se ora che erano nell’atmosfera noknokkiana non si notava granché. 

«No! No, no, no, no! Dannata ferraglia che non sei altra! Tu quoque?!»

Sia lui che Peewee guardarono la schiena dell’elfo che aveva le mani sul casco spaziale, e sbraitava a più non posso.

«Dopo tutte le attenzioni che ho avuto per te?! Vedi che come arriviamo sulla Terra, andrai in rottamazione e sarò io a premere il tasto della pressa! Di te farò lattine di caffè istantaneo! Ecco cosa! Lattine!»

«Che succede, adesso?» sbuffò Rennato, ormai abituato alle cattive notizie. Ce ne fosse stata una positiva in tutto il viaggio. Non avevano fatto altro che affrontare continue avversità, sfortune e sfottò.

Giraviti si girò, guardò entrambi. Aveva i baffi piegati in basso con disappunto. «C’è che oltre al segnalatore dell’orario è andato in tilt anche quello del carburante! Siamo quasi a secco!»

«Ma come?! Ma se abbiamo fatto l’ultimo rifornimento prima di entrare nella Galassia di Andromeda!»

«Lo so, ma il contatore mi dava un valore sbagliato e quindi ne ho fatta meno di quanta ne fosse necessaria!» Giraviti incrociò le braccia al petto, stringendo gli occhietti piccoli. «Ecco perché mi sembrava avessimo consumato troppo poco.»

«Be’, troveremo un’altra stazione qui su NokNok, e-»

«Non possiamo! Perché nella Galassia di Andromeda nessuno va più a diesel-stellare, sono tutti passati all’eco-neutrino! Nella Via Lattea se ne trovavano ancora, ma qui… E dire che ci eravamo fatti tutto il piano di ritorno: saremmo ripartiti per raggiungere il pianeta qui accanto che ha un’altra rotatoria spaziale. Ci avrebbe sparato non troppo lontano dal confine. Una volta fuori dalla Galassia di Andromeda, avremmo potuto fare rifornimenti e poi giocarci ancora il NOS. Ma con il serbatoio così a secco, dovremmo arrivare a passo di lumaca fino alla rotatoria. Non ce la faremo mai a rientrare.»

Rennato aveva una palpebra che sbatteva veloce, vittima di un incontrollabile tic nervoso. Si sporse in avanti. «Mi stai dicendo… che non abbiamo taniche di riserva e rischiamo di tornare sulla Terra per Capodanno o, peggio, di rimanere bloccati qui fino all’Epifania?»

«Non c’era spazio per le taniche di riserva! Cosa credi che sia la Baleno900? Il Titanic?!»

«Considerando che rischia di andare alla deriva come un relitto, direi che non potevi scegliere paragone migliore!»

«Quindi mi stai dando la colpa se questa slitta è un ferrovecchio?! Io sono riuscito a portarvi fino a qui, quando questo coso non sarebbe dovuto neppure arrivare alla Luna!»

«E allora vedi di riportarci anche indietro, già che ci sei, perché abbiamo un pacco da consegnare! Che figura ci faremmo con tutto l’universo?! La Lapponia Express sarà ricordata come quella che non consegna i pacchi sul suo stesso pianeta?!»

«Vorrei, ma non posso farlo!»

«E perché no?!»

«Perché non ho più idee!» strillò Giraviti agitando le braccia e poi ammutolendosi di colpo; spalle flosce, baffoni in basso ed espressione mortificata. «Non ne ho. Ecco, l’ho detto…» 

Anche Rennato si zittì ed era mortificato alla stessa maniera, perché parlava e parlava, ma neppure lui aveva mezza idea su come tornare a casa. Altro che problem solving, come diceva il Babbo.

Rimasero così, a ruminarsi chi l’interno della guancia e chi i baffi, per alcuni momenti. Braccia conserte da una parte, cappellino di lana rimestato tra le mani dall’altra.

«Ma scusate…»

Rennato guardò il pinguino che timidamente aveva alzato una pinna. 

«Bob Babalouche non ha detto che il caffè multiuso risolve il 96% dei problemi? Dite che può essere usato anche come combustibile?»

«Be’, se può essere usato per fabbricare una bomba…» Rennato ci rimuginò, poi drizzò la schiena. Ravanò tra le provviste di cibo, bagagli e cianfrusaglie e trovò il barattolo di latta. Guardò il retro, dove in minuscolo erano scritte tutta una serie di avvertenze, specifiche, composizioni e utilizzi. Scartò le prime tre voci e passò subito all’ultima.

Caffè Multiuso, lesse, prodotto liofilizzato per la preparazione di caffè, cappuccino, frappuccino, cocktail, shackerati, dolci, bombe a mano, bombe al plastico, colla a caldo, attaccatutto, colori acquerello, siliconi, cementi, malte, polvere da sparo, propulsivi, antitarme, smacchiatori…

«Propulsivi!» Rennato girò il barattolo verso l’elfo che glielo strappò dalle mani e se lo strinse forte forte al petto.

«No! Il mio regalino di Natale!»

«Skrúfaðubolta, è un’emergenza!» intervenne Peewee, supplicandolo a pinne unite. «Ne useremo poco poco!»

«È l’unico metodo che abbiamo per tornare a casa e consegnare il regalo che ci è stato affidato! Vuoi perderti la cena di Natale alla Lapponia Express, Capodanno e i dolci della Befana? Vuoi essere preso in giro per non aver portato una tanica di combustibile di riserva?» Rennato lo pungolò dove sapeva che più faceva male, e Giraviti afflosciò di nuovo i baffi. Guardò il barattolino con gli occhi dell’amore e poi sospirò.

«Ma che sia poco poco!» 

«Lo ha detto anche Bob Babalouche, bisogna usarlo con parsimonia», annuì Peewee. 

«E allora, che caffè sia! Giraviti, l’acqua!» Rennato si alzò dalla poltroncina con slancio e uscì di nuovo dalla slitta assieme al pinguino e seguiti da un mogio elfo con una caraffa fumante di acqua bollente. Tutti e tre si misero attorno al bocchettone di rifornimento. Aprirono il barattolo e armeggiarono con il misurino di plastica ivi contenuto. Era un tubicino sottile, con una pompetta contagocce.

«Qui ci sono le misure consigliate: una goccia per una bomba, due per una bevanda, tre a vostro rischio.» Peewee guardò prima lui e poi Giraviti. «Che scegliamo?»

Rennato si grattò un corno. «Eh… bella domanda.»

«Se due vanno bene per una bevanda, direi tre?» propose l’elfo, sollevando una spalla. Rennato valutò.

«Facciamo quattro e non ci pensiamo più.»

Il pinguino fece scivolare quattro gocce di caffè in polvere dentro al serbatoio, ci pensò Giraviti a versare l’acqua fumante, il cui vapore risaliva fino a loro in un odore disgustoso tra diesel e moka che fece storcere il naso a tutti.

Infine, risalirono sulla navetta e in fretta e furia indossarono di nuovo caschi e cinture di sicurezza. L’elfo inserì il comando per la presa di quota in volo verticale. Raggiunsero un’altezza sufficiente a superare anche alcune delle cime più alte delle montagne, prima di mettere in moto. Il muso della Baleno già indirizzato verso lo spazio aperto.

«È la prova del nove?» chiese Giraviti armeggiando con i comandi.

«O la va, o la spacca», ammise Rennato.

«Se non ci spacchiamo prima noi.»

«L’ottimismo, Giraviti. L’ottimismo. Vuoi essere spedito a un Camping della Gioia

«Viti e bulloni, piuttosto mi converto al decaffeinato!»

L’elfo girò la chiave di accensione con un gesto deciso e il motore gorgogliò con ‘brol-brol-grlgrlgrl’

Rennato e gli altri si scambiarono un’occhiata tesa. Sulla fronte e sotto la tuta scivolavano sudori freddi.

Broool-broool-grlgrlgrl-brol

Gorgoglio, di nuovo, anche al secondo tentativo. E odore di caffè.

«Io ve lo dico: se ci ha fritto il motore, forse rivedremo casa a Pasqua.»

«Ci spedirà tutti al Camping della Gioia…» mormorò Peewee, laconico.

Rennato sospirò. «Prova ancora, Giraviti.»

L’elfo afferrò la chiave d’accensione, mormorò qualcosa che lui non capì e diede un colpo secco.

Brrroool.

Brrroool.

E poi un ruggente: Vrooom, che fece vibrare tutta la slitta nemmeno le avessero messo il motore di una Ferrari nuova fiammante. E più Giraviti dava gas, più il motore ruggiva.

«Stai a vedere che è davvero multiuso…» disse l’elfo, poi piegò appena appena un po’ la cloche in avanti per direzionare la slitta. «Si vo-oooh

La Baleno si trasformò in un razzo missile con circuiti di mille valvole, lasciando tutti loro inchiodati ai seggiolini. 

Lo strillo da soprano di Giraviti rimbalzò per la slitta e contro le altre grida. Tutti colti impreparati dall’impennata della navetta che si trovò nello spazio nel giro di mezzo istante. Stelle, pianeti, navette tutto passava loro accanto tracciando puntini visti e non visti.

«Forse quattro gocce erano troppe!» gridò Peewee per riuscire a farsi sentire: il motore sbraitava così forte che sembrava stesse bruciando l’universo intero.

Con uno sforzo sovra-rennico, Rennato si volse e dal reattore ardeva una coda tanto enorme e brillante da lasciare una scia che avrebbe fatto invidia addirittura a Cometa o a Babalouche e alla sua fabbrica itinerante.

«Dove stiamo andando?!» gridò, mettendosi composto. 

«Cosa vuoi che ne sappia?! Non ho più il comando di niente, andiamo troppo veloci!»

«Peewee, la rotta!»

Il pinguino armeggiò con la propria consolle e poi esclamò, sorridendo: «Siamo diretti verso la Terra! A questa velocità, ci arriveremo in un attimo!»

«A questa velocità ci arriveremo a pezzi!» 

«Camping della Gioia!» abbaiarono in coro Rennato e Peewee.

«Oh, andate al diavolo!»

 

 

 

La Baleno era inarrestabile, i freni inservibili e volava talmente veloce che non riusciva neppure a tremare come era accaduto durante la partenza, l’utilizzo del NOS o nella rotatoria spaziale. Sembrava che la slitta fosse sconvolta almeno quanto loro, che restavano asserragliati dentro, stretti agli schienali.

Superarono tutto nel tempo di uno schiocco di dita.

Superarono le Dogane Galattiche – senza pagare! –, superarono i caselli – senza pagare! –, superarono i sistemi solari, gli ammassi stellari, gli asteroidi solitari, soli e lune, e tutte le stelle che si trovarono sulla rotta.

La radio continuava a suonare per ogni casello saltato, e le invettive si sprecavano per non aver rispettato i protocolli. Per un attimo, a Rennato era sembrato anche che qualche della polizia li inseguisse, ma i suoni delle sirene si persero in un attimo: erano troppo veloci anche per loro.

«Scusate! Abbiamo un problema con i motori! Vi faremo un bonifico appena arriveremo a destinazione!» gridava Giraviti a ogni rimprovero dei casellanti. «Alla Lapponia Express arriverà un multone senza precedenti!» esclamò, poi, rivolto a lui.

«Se ne occuperà Freccia!»

«Vuoi fargli venire un colpo?!»

«Sono impegnato a non farlo venire a me in questo momento, per pensare anche agli altri!»

Nello stesso istante, ci si mise lo smartphone spaziale che il Babbo gli aveva dato prima di partire. Fino a quel momento, le comunicazioni erano state di qualche messaggio per spiegare a che punto del percorso fossero, poi silenzio. 

«Babbo?» rispose, gridando nell’auricolare che aveva all’interno del casco. Sullo schermino, in video chiamata, comparve il faccione di Babbo Natale sferzato dal freddo e qualche fiocco di neve. Le consegne erano iniziate.

«Ehilà, Rennato! Ehi… ma cos’è questo frastuono? E che faccia sconvolta hai! Tutto a posto? Siamo appena partiti con la Stella d’Argento! Oh, oh, oh! La notte magica è iniziata!»

«Er… qui abbiamo un problemino!»

«Problemino? Avete consegnato il pacco? E si può sapere cos’è questo rumore?!»

«Sì, il pacco è stato consegnato, e la filiale 3N ci ha affidato quello da consegnare al bambino terrestre perché il loro Babbo Natale è malato! Non può effettuare la consegna!»

«Per tutti i fiocchi di neve! Questo sì che è un bel contrattempo. Dovrò chiamare Abbà Nokkon per sapere come sta.»

«Chiamalo un’altra volta! Noi stiamo arrivando di corsa, saremo lì tra alcune ore! Diamoci un appuntamento per lasciarti il pacco!»

«Tra alcune ore? Come è possibile? E vuoi dirmi che cosa è questo assurdo rumore!»

«È la Baleno! Poi te lo spiego, ma ora dicci dove incontrarci!»

Di sottofondo si sentì lo sbraitare di Fulmine, tra lo scampanellio generale e il rombare del motore che aveva nelle orecchie. «Non abbiamo tempo per fare dei ripassi! La prima consegna è l’unica!»

Rennato imprecò in un grugnito, perché ovviamente se le cose dovevano andare male, dovevano farlo fino in fondo, come la più ovvia delle Leggi di Murphy. Rennato era convinto di poterne stilare una lista personale ben peggiore.

«Ho sentito!» sbraitò nel microfono, anticipando Babbo Natale.

«E allora mi sa che ti toccherà fare il lavoro fino alla fine», ridacchiò il suo capo barbuto. «Sarai davvero un surrogato di Babbo Natale, quest’anno. Non sei contento?»

«Se dicessi di ‘no’ mi manderesti al Camping della Gioia, vero?»

«Verissimo, amico mio!»

«Allora sono strafelice! Al settimo universo, guarda!»

«Perfetto! Continua così. L’ho sempre detto che sei il mio miglior problem solver

E lasciandogli come ultima immagine un sorriso smagliante e un pollice in su, chiuse la chiamata.

«Io mi licenzio!» urlò Rennato preda di una crisi di nervi così forte, che riuscì anche ad agitare le braccia contrastando la forza impressa dalla spinta del reattore.

«Che succede?» Giraviti accennò appena col capo, ma non si girò.

«Che dobbiamo consegnare noi il pacco, a quanto pare!»

«Anche sulla Terra?!» chiese Peewee.

«Anche sulla Terra!»

«Evviva! Sarò un vero Babbo Natale!»

«Vuoi anche la barba bianca e il cappello?!» 

«Ce li hai?!»

Rennato guardò in alto, oltre la cupola di ultraglass, dove le stelle erano tutte cadenti al loro passaggio, riuscivano a vedere solo strisce luminose che graffiavano l’universo. Sbuffò.

«Io vado a vendere noci di cocco ad Haiti…»

 

Quando il loro sistema solare apparve all’orizzonte… non se ne accorsero.

Volavano così veloci che si vedeva solo il puntino luminoso del sole che diveniva sempre più grande, mentre tutti gli altri pianeti venivano superati come in un videoregistratore. Fu il computer di bordo a dire che ormai erano in dirittura di arrivo.

«Stiamo perdendo potenza… forse!» disse Giraviti e quella era la seconda buona notizia delle ultime ore.

Rennato non vedeva l’ora di scendere dalla slitta, perché aveva lo stomaco divenuto tutt’uno col seggiolino.

«Allora possiamo provare a rallentare!»

«Non ancora! Rischieremmo di perdere la spinta e se la Baleno si dovesse spegnere quando siamo ormai prossimi alla Terra?! Chi ci verrebbe a raccogliere?»

Quando superarono Giove, Marte fu a un tiro di schioppo l’attimo dopo e la slitta iniziò a scendere, grazie agli sforzi di Giraviti di controllare la cloche, ora un po’ più docile. Una discesa, però, che era proprio quella di un missile in picchiata.

L’esterno della slitta parve illuminarsi all’improvviso.

«Stiamo entrando in contatto con l’atmosfera! Diventeremo un tantino incandescenti!»

Come se ci fosse stato bisogno della spiegazione dell’elfo, pensò Rennato, che vide la Baleno trasformarsi in una meravigliosa fiamma in caduta libera dal cielo.

«Cometa si offenderà tantissimo quando scoprirà che la nostra scia è più brillante della sua!» 

«Magari non la vedrà!» L’ottimismo di Peewee a volte era davvero lodevole. «E in caso contrario gli diremo che non eravamo noi!»

E così, come all’andata, questa volta tutto si svolse al contrario: la Baleno attraversò l’esosfera, la ionosfera, la mesosfera, la stratosfera, la troposfera e sbucò in un cielo notturno tappato da un banco di nubi compatte. Le sciolsero con il fuoco della loro incandescenza che si esaurì poco dopo. Viste dall’altra parte, le nuvole erano opalescenti e i fiocchi di neve ammantavano per pochi istanti la cupola di ultraglass prima di sciogliersi in fretta.

«Dannazione, ma dove siamo?!» Rennato si tolse il casco e passò lo zoccolo contro il vetro della cupola, per togliere la condensa. Intanto, Giraviti aveva azionato sia gli sbrinatori che i tergicristalli. 

Peewee era tutto un pigiare di pulsanti sulla consolle. «Non lo so! Le mappe stanno facendo confusione, non so se è per l’entrata nell’atmosfera che ha causato qualche guasto!»

«Dov’era prevista la consegna?»

«In Italia, ma non capisco che sta succedendo… le mappe non riportano il luogo di destinazione!» 

«E sarebbe?!»

«In Molise!»

«Ah! Ne ho sentito parlare!» esclamò Giraviti che cercava di tenere su la Baleno e nel frattempo cercava di schivare punte di alberi e campanili, vette di montagne. «Pare che non esista!»

«Come ‘non esiste’?! Ma qui ho l’indirizzo! Deve esistere per forza!» piagnucolò il pinguino.

Rennato alzò gli zoccoli. «Calma e sangue freddo! Peewee, spegni quell’affare e affidiamoci all’unico gps che funziona sulla Terra: Noodlemaps

«L’ultima volta che sono andato a un matrimonio, Noodlemaps ha portato il nostro van dentro casa di una signora! Per poco non facevamo lì il pranzo di nozze!» Ma prima che lui potesse affidarsi alla minaccia del ‘Camping della Gioia’, Giraviti agitò una mano. «Ah! Come vi pare! Come vi pare!»

Rennato prese lo smartphone e segnò l’indirizzo, non senza una certa difficoltà perché ora sì che la Baleno aveva preso a sussultare; sembrava di stare sulle montagne russe. All’interno dell’abitacolo si creavano a volte dei vuoti d’aria e loro sobbalzavano, in quel rimescolarsi di stomaco che rimaneva sospeso in gola. Il metallo tremava, anche l’ultraglass, e quando vide un pezzo di non seppe neppure lui cosa staccarsi dalla fiancata pensò che la carretta fosse ormai prossima al capolinea.

«Okay! Ho l’indirizzo! Seguilo!» Smollò il cellulare sul quadro comandi di Giraviti.

«Sì, ma abbiamo un altro problema!» intervenne Peewee. «Come effettueremo la consegna se andiamo a questa velocità?!»

«Dovremmo fare un’inchiodata di emergenza, tirare il freno a mano, vada come vada!»

«Non basterebbe comunque!» insistette il navigatore alla proposta dell’ingegnere. «Perché arriveremmo con troppa spinta! Supereremmo l’obiettivo!»

«Hai ragione! Viti e bulloni!» masticò Giraviti che nel frattempo teneva sempre lo sguardo che si spostava tra il telefonino di Rennato e la strada oltre il parabrezza. «E se dovete farvi venire un’idea, fatelo in fretta: saremo a destinazione tra dieci minuti!»

Quello era un guaio: troppo poco tempo per decidere e una sola occasione per riuscire a fare la consegna. Sarebbero entrati in un centro abitato e con un mezzo che riuscivano a malapena a governare era difficile essere precisi. Come avrebbero fatto a fermarsi, calarsi dal camino – semmai ne avessero avuto uno, e Rennato lo sperava vivamente – mettere il pacco sotto l’albero e poi andarsene via indisturbati? La Baleno rischiava di non riuscire a fermarsi affatto o di farlo schiantandosi a qualche chilometro di distanza dalla destinazione. Non potevano una renna, un pinguino e un elfo andarsene a zonzo per le campagne del Molise!

«Mancano otto minuti!»

Come facevano quando erano con il Babbo in giro per lo spazio? Era passato moltissimo tempo, ma Rennato ricordava che anche lì, per abituarsi al fatto che non su tutti i pianeti esistevano i camini e certe volte atterrare era davvero proibitivo, avevano inventato una soluzione alternativa che però gli sfuggiva.

Si massaggiò le tempie, strinse gli occhi.

«Cinque minuti! Diavolo, ragazzi, fuori l’idea!»

«Il bagzooka!» Rennato balzò in piedi per un attimo e poi finì di nuovo seduto per i sobbalzi. 

«E che diavolo è?!» chiesero in coro Peewee e Giraviti.

«La soluzione che abbiamo usato quella volta che dovevamo fare una consegna su Mosky, nella Piccola Nube di Magellano. La loro atmosfera era popolata di zanzare! Col cavolo che saremmo atterrati! E allora… abbiamo comprato questo!»

Ravanando tra le cianfrusaglie presenti nel bagagliaio della Baleno, tra i sacchetti di pazienza, le razioni di cibo triste e un pattino di riserva per la slitta, Rennato tirò fuori una lunga valigia rettangolare di colore scuro, plastica dura e impolverata. Ne fece scattare le aperture e la spalancò. All’interno, un tubo trasparente con pistola e mirino.

«Ah! I marziani della FreakyRed se ne inventano di tutti i colori! Sono i numeri uno quando si tratta di soluzioni estreme!»

Rennato tirò via l’arma dalla valigetta. Il tubo di ultraglass era opaco e pieno di graffi; il Babbo l’aveva usato parecchio quando viaggiavano nello spazio e ora sarebbe tornato di nuovo utile. Con praticità se lo caricò sulla spalla, ne allungò il tubo in avanti per una maggiore gittata, gli diede un paio di colpetti.

«Ho sempre desiderato essere io a sparare!»

«Wow!» Peewee batteva le pinne.

«Vacci piano con quell’affare o ci mandi in pezzi!»

«Stiamo già andando in pezzi!» Nel momento in cui lo fece presente a Giraviti, un altro pezzo di slitta partì – questa volta un pattino, che venne risucchiato dalla scia e fece un paio di volute prima di precipitare. Tutti e tre rimasero a fissarlo mentre spariva oltre la fiammata del reattore. «Visto?!»

L’elfo ruotò gli occhi, tornò alla direzione ed ebbe un balzello dal sedile. «Ohi, ohi! Ci siamo! Per tutti i decaffeinati! Se dovete farlo, l’obiettivo è in vista!»

«Presto, Peewee, carica il regalo.»

«Regalo caricato!» esclamò il pinguino, dopo aver fatto scivolare il tubo con il pacchetto dentro alla canna cilindrica del bagzooka.

Rennato indossò il casco e costrinse anche gli altri a farlo.

«Apri la cupola! E dimmi qual è l’obiettivo!»

«Subito, capo!» Peewee diede un colpetto al casco col taglio della pinna e armeggiò con la consolle, mentre Giraviti dava le sue disposizioni.

«Frenata tra due, uno…» 

«Che fine ha fatto il ‘tre’?!»

«Scusa, l’ho scordato!» sogghignò l’altro in un’arricciata di baffo, poi affondò col freno e contemporaneamente tirò anche quello a mano. La cupola di ultraglass si staccò e volò via mentre veniva sollevata. Non se ne seppe più nulla. Il vento di alta quota schiaffeggiò tutti e tre anche se avevano il casco, e Rennato strinse gli occhi: uno zoccolo poggiato contro la consolle di Peewee e l’altro ben piantato al suolo, bagzooka sulla spalla e occhio nel mirino.

 

«La casa ha un camino?»

«Affermativo! E un simpatico Babbo Natale di plastica luminosa che si arrampica sul comignolo!»

Nel piccolo caseggiato che stavano sorvolando – massimo una cinquantina di abitazioni, tutte attorno alla piazzetta, e ammantato di neve dentro, fuori e tutt’intorno – non c’era nessuno per le strade di quella notte di vigilia. Il Natale stava arrivando, silenzioso più di loro, nel tic-tac dell’orologio del campanile. Dal mirino, di babbi natale che salivano su balconi, ringhiere e cancelli come piccoli topi d’appartamento ce n’erano svariati, ma solo una casa ce l’aveva sul comignolo.

Rennato si concentrò, non sentiva nemmeno più il vento; anzi, la forza impressa tra la frenata e l’inerzia gli fornirono una sorta di appoggio invisibile che contrastò per tenersi in equilibrio. Attorno, la notte piena di stelle e odore di caffè bruciato.

«Li ho sempre odiati», disse, poi fece fuoco. Il pacco venne sparato in un ‘puff’ silenziato che arrivò dritto contro il comignolo nel momento in cui loro ci passarono sopra. Il tubo di ultraglass si aprì in quattro e il pacchetto fu libero di viaggiare solitario, fino a destinazione, mentre loro tre trattenevano il fiato e Rennato pregava nella mira e nella fortuna. Più nella fortuna.

Panico alla prima sponda contro il comignolo, sudore freddo alla seconda, bocche aperte mentre ruotava sul bordo e rimase in bilico tra l’entrare e l’uscire. Questione di millimetri. Infine, l’intervento di un leggero colpo di vento e il pacchetto scivolò dentro al comignolo, fino a destinazione.

«Yeeeh!» esclamarono tutti e tre in coro in un battere di mani contro pinne e contro zoccoli.

Ma, d’un tratto… brrroool brol brol… grrl… fop.

Il motore si spense, il reattore smise di rombare e loro ebbero solo la prontezza di scambiarsi un’occhiata l’un con l’altro mentre il profetico ‘oh-oh’ di Giraviti anticipava l’inesorabile precipitare della Baleno. Nella notte di Natale risuonò il loro grido a squarciagola assieme all’ululare di qualche lupo nelle foreste in cui finirono a piombo secco. Tra metri di neve fresca e fiocconi che cadevano dal cielo, caddero anche i pezzi della povera slitta spaziale Baleno900 che così decretava l’inizio della strameritata pensione, mentre i suoi occupanti ruzzolavano ancora per alcuni metri fino a che non esaurirono ogni forza o spinta. Il silenzio seguì per qualche istante, e poi l’eco dei rintocchi della mezzanotte che venivano dal paese appena superato.

Di nuovo zoccoli in aria e testa in giù, Rennato si passò una zampa sul vetro del casco.

«Siete interi?» 

«Chiedimelo tra un caffè o due… Facciamo tre.» Giraviti alzò il braccio a metà e lo lasciò ricadere nella neve. Era spiaccicato in posizione prona a braccia spalancate e, quando alzò la testa, la parte anteriore del casco era coperta di bianco. 

«Non dire più la parola ‘caffè’ in mia presenza.» A Rennato girava tutto, mentre faceva un controllo delle ossa per vedere quante ne avesse rotte. «Peewee? Ci sei?»

Il pinguino emerse con un sonoro ‘pop’ da un buco in cui era sprofondato, lasciando traccia della sua sagoma.

«Wow! Ragazzi! Ma che figata!»

«Vuoi smetterla di essere sempre così entusiasta, ragazzino?» Giraviti anticipò quello che era anche il suo pensiero. 

«Ci pensate che dobbiamo aver di sicuro superato il record di rientro dallo spazio alla Terra?! Siamo degli eroi! Dei pionieri!»

«Io al momento sono solo a pezzi.» Rennato si tenne la mano vicino al casco. «Mi girano tutte le corna… ohi, ohi…»

Tanto che pensò che lo scampanellio che gli pareva di sentire fosse proprio colpa del ruzzolone, della botta e di quel dannato reattore che gli aveva forato un timpano. Invece lo scampanellio si fece sempre più vicino e ritmico. Spostò lo sguardo al cielo e la traccia di Cometa era inconfondibile nel cielo.

«E arriva anche la cavalleria…»

«Come sempre, con il pessimo tempismo.»

Lui ammiccò alle parole di Giraviti e rotolò su un fianco per riuscire almeno a mettersi seduto e non farsi trovare zampe all’aria.

La Stella d’Argento era un vero astro volante pieno di magia che riusciva a incantare chiunque, anche un tipo come lui che la conosceva da una vita e faceva addirittura parte del traino che la scorrazzava per i cieli terrestri. E per quanto detestasse il Natale – non tanto per la festa in sé, ma per tutte le magagne che puntualmente gli finivano sulle spalle – aveva sempre pensato che non sarebbe mai stato lo stesso senza quella slitta a solcare i cieli, per realizzare i desideri di grandi, piccini e chiunque sapesse ancora sognare con la leggenda di Babbo Natale.

Nell’osservarla virare e andare proprio verso di loro, Rennato pensò che in fondo non gli dispiaceva poi così tanto non aver fatto parte del traino per quell’anno. Con la vecchia Baleno aveva rivisto cose che aveva quasi finito col dimenticare: il traffico spaziale, la vita nell’Universo molteplice e varia, gli altri fattorini natalizi, miliardi di stelle. Aveva mangiato snack di pazienza, aveva incontrato la vecchia Fabbrica Itinerante, aveva scoperto che su NokNok gli assistenti del servizio galattico locale erano allo stesso modo drogati di caffè o, meglio, kuofè. Si era reso conto di quanto fossero beneaccetti, loro terrestri, nonostante l’arretratezza tecnologica, aveva appreso che il caffè spaziale non era da sottovalutare e che non era mai la destinazione la cosa più importante, quanto il viaggio. E loro ne avevano affrontato uno davvero stellare. 

Infine, più di ogni altra cosa, lui era stato il primo Babbo Natale sostitutivo dentro e fuori dalla Terra. Roba da vantarsene anche con Capitan Ovvio Facciotuttoio. Forse un po’ – e anche di più – Rennato poteva essere fiero di sé stesso…

…dentro, perché fuori aveva già il broncio di ordinanza e le braccia conserte. Non si era neppure tolto il casco.

«Oh, oh, oh! Buon Natale!» esordì il Babbo con il sorriso felice e le braccia spalancate. Nel retro della Stella d’Argento c’erano sacchi pieni di doni ancora da consegnare. «Alla fine ci siamo incrociati! State bene? Noto che la povera Baleno non farà più parte del mio parco slitte, che disdetta.»

«È un miracolo che sia riuscita a riportare a terra le nostre chiappe!»

«Te l’avevo detto che potevi fidarti di lei. Era un po’ arrugginita, ma i vecchi modelli resistono a tutto. E dimmi: il pacco è stato consegnato?»

«Giusto adesso», a Peewee brillavano gli occhi.

«Bravi! Sono fiero di voi.»

«E dire che non ci volevi neppure andare…» ironizzò Rudolph abbozzando un sorriso verso di lui. Aveva quel naso da clown illuminato come un semaforo. Gliel’avrebbe voluto strizzare nello zoccolo per vedere se addirittura suonasse.

«E quella scia?! Guardate che l’ho vista, eh! L’abbiamo vista tutti! L’avrà vista chiunque sulla Terra! Sono offeso, vuoi rubarmi il lavoro? Sono io l’addetto alla cometa! E comunque era bellissima! La voglio anch’io! Come l’hai fatta?! Era così luminosa!»

«Cometa, dagli tregua», sospirò il Babbo. «Avrete modo di parlarne una volta finito il turno, alla cena di Natale.»

«Spero tu ci abbia portato un pensierino», ridacchiò Ballerina, strizzandogli l’occhio.

«E chi ha avuto il tempo?!»

«Ah! Stai diventando più tirchio di Freccia, bro! Sciallati!» aggiunse Cupido, ma il Babbo richiamò l’attenzione.

«Non perdiamoci in chiacchiere, noi. Abbiamo ancora un sacco di gioia da consegnare. E voi, ragazzi, tranquilli: ho mandato qualcuno a recuperarvi. Stanno arrivando. Ci vediamo alla Lapponia Express! Oh, oh, oh!» Spronate le renne la slitta ripartì, librandosi in cielo dove si diffuse l’eco dell’ultima risata di Babbo Natale.

«Oh, oh, oh», replicarono loro dabbasso, chi più chi meno entusiasta.

Rimasti soli, nessuno si mosse tranne Peewee, che andò a ravanare tra i rottami della slitta.

Lui e Giraviti, invece, rimasero a godersi, nella piena immobilità del proprio corpo, la neve che continuava a cadere.

«E così, pare che abbiamo finito.»

«Già.»

«Non ci resta che aspettare che qualcuno ci rimorchi.»

«Accidenti che tutto è andato distrutto, nel frattempo avrei preparato del caffè.» Giraviti sospirò. «Chissà dove sarà finito il mio bellissimo barattolino regalato da Babalouche…»

«È servito per una giusta causa.»

«Ma era il mio regalino…»

«Anch’io ho perso i miei snack, ma ciò che conta è di aver portato a termine la missione. No?»

«Come sempre: molti dolori e pochi onori

«Bah! Gli onori portano ancora più rogne. Lasciali a Rudolph e teniamoci la riconoscenza del Babbo.»

«E quella dei bambini, anche se non sapranno mai che i regali glieli abbiamo portati noi.»

«Che vuoi farci? Siamo tappabuchi. È la storia della mia vita.» Rennato si strinse nelle spalle, osservò la neve e si sentì soddisfatto. «Ottimo lavoro, Skrúfaðubolta.»  

Con la coda dell’occhio, la renna vide il bonbon tirare indietro la testa e sgranare gli occhietti, mentre i baffi si arricciavano per la sorpresa.

«Prima e ultima volta che me lo sentirai dire. Avete dei nomi troppo complicati, santarenna!» 

«Ehi, ragazzi!» Peewee arrivò di corsa, tra le braccia stringeva qualcosa e, come sempre, era felice come una Pasqua, nonostante fosse Natale. «Guardate cosa sono riuscito a recuperare tra i rottami!»

«Il mio caffè!» squittì Giraviti. Il barattolo di latta, seppur leggermente ammaccato, era perfettamente integro e il contenuto non era andato disperso. Il bonbon lo tenne di nuovo stretto stretto.

Rennato, invece, si ritrovò le mani piene di pacchetti di snack. «Oh, la mia pazienza.» 

«Io invece sono riuscito a recuperare la mia macchinetta! È ancora perfettamente intatta e dentro ci sono tutte le foto che ho scattato! Ho anche il selfie-stick!» Il pinguino li guardò con quell’entusiasmo giovane che lo avrebbe accompagnato ancora in tante altre avventurose imprese, di questo Rennato ne era convinto. «Che ne dite di scattare un’ultima foto, tutti insieme?»

E che ne avrebbe potuto dire? Alla fine erano stati un trio davvero mal assortito che aveva comunque funzionato, perché alla base di ogni buona amicizia non c’erano solo le somiglianze, ma soprattutto le piccole differenze.

«Massì, tanto ho la mia pazienza proprio qui.» 

Sorridendo in camera, mostrarono all’obiettivo il loro primo, vero regalo: un’avventura da raccontare.

 

FINE

Mattoni Gialli
Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

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