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A Zio Filucciello

Il fermento di quel giorno si era iniziato a respirare con un mese di anticipo.

La frequenza dei visitatori era aumentata, e anche il numero. Attorno, nei miei amici e vicini di tomba, avevo cominciato ad assistere a una sorta di risveglio collettivo; si vedevano molti più fantasmi del solito entrare e uscire da loculi e cappelle, e più frequenti erano i racconti del tempo passato, della gioventù perduta nella vita e negli aneddoti di parenti e conoscenti, di ricordi vecchi come la polvere.

C’era la stessa aria di festa che conoscevo quando s’approssimava il giorno del patrono.

E anche noi avevamo proprio tre giornate di gioia, ma il momento tanto atteso nel culmine di massima agitazione aveva per data il 2 Novembre.

Un via vai di gente come non se ne vedeva per tutto il resto dell’anno, in cui i soliti quattro gatti avevano orari precisi che anche noi avevamo imparato.

Caleidoscopio d’autunno, tra le foglie ingiallite e l’odore di crisantemi.

Il Giorno dei Morti aveva una magia che stavo imparando a scoprire solo ora che i miei occhi potevano vederla da una differente prospettiva più affollata e rumorosa.

Il legame con ciò che eravamo stati si stringeva forte, con nodi da marinaio: bisognava solo capire chi delle due parti si trovava sulla nave ormeggiata, con l’illusione di potersi allontanare, e chi sulla terra ferma ad aspettare il ritorno.

Ma nel tempo che mi stava vedendo nuovo cittadino di quel mondo di marmo, ceramica e fiori, non avevo mai avuto il piacere di sperimentare l’attesa dell’arrivo che colpiva tutti, quasi fosse un raffreddore stagionale.

Alla mia lapide s’era sempre affacciato solo qualche amico o collega, soprattutto in quest’unica ricorrenza a essermi rimasta. I parenti vivevano troppo lontano per venire a far visita con frequenza, e Camilla non ci sarebbe stata, già lo sapevo. Penso d’averla vista l’ultima volta il giorno del funerale, poi nulla.

La sua era un’assenza che avevo imparato a prendere con una certa filosofia e segnale d’uno specchio-riflesso-senza-ritorno di tutte le volte che l’assente ero stato io.

Eppure, a dispetto dell’incompleta partecipazione che potevo offrire, il 2 Novembre aveva un certo non so che ai miei occhi, per cui a fine giornata restavo lo stesso soddisfatto quando mi mettevo a rimirare gli sgoccioli del tramonto. Era una sensazione che avevo chiamato ‘buona malinconia’ perché anche se mi lasciava lì a pensare e meditare su tutta la mia esistenza terrena, non mi toglieva il sorriso dalle labbra.

Mi rilassava osservare i vivi aggirarsi con vasi e fiori di molteplici tinte tra le tombe silenziose, alle loro orecchie, ma brulicanti di aspettative.

Qualcuno parlava, raccontando di questo o quell’amico, conoscente, parente. Raccontare disagi e avventure, gioie e futuro. I fantasmi ridacchiavano e commentavano a loro volta, annuivano con severità e bestemmiavano; il Brunello in quello era un mago.

Tra di noi era divenuto un appuntamento fisso, e con Pietro e il Generale ci si allungava sempre alla tomba del Bracci per assistere allo spettacolo – per la cronaca: non eravamo i soli.

Tommaso, il fratello di Brunello, veniva regolarmente il Giorno dei Morti e quando lo vedevamo spuntare dal vialone, sapevamo già di dover metter mano al calendario per segnare quanti e quali Santi avrebbe tirato giù il Bracci alle ultime notizie. Gli irriducibili della schedina facevano anche il TotoBestemmia.

Ma tra i sorrisi, le lacrime non mancavano e osservavo anche quelle.

Il carosello di madri davanti a chi era morto troppo presto era silenzioso, compito. La forza di accarezzare la ceramica di una fotografia senza un lamento o una parola esplodeva tutta in quel tocco, manifestazione del pianto.

Spesso i ragazzi arrivati da poco, al loro primo Giorno dei Morti, non si facevano vedere, e nessuno di noi anziani li aveva mai biasimati: affrontare i viventi era qualcosa che si sarebbe imparato solo col tempo, e in questo Enrico ne era un esempio.

Lui era già qui al mio arrivo, e Pietro mi aveva raccontato come si nascondesse i primi tempi. Adesso, invece, era alla luce del sole tiepido di Novembre, appoggiato alla lapide che emergeva dalla terra; stava sorridendo a quella mamma sempre presente a ogni ricorrenza, quasi che la morte non fosse stata abbastanza da segnare la fine del suo affetto. Dall’alto dei suoi diciassette anni perenni, Enrico sorrideva.

«Neh, mà! Si m’annaffi a’ tomba nunn’è che risorgo», borbottava al donnino ricurvo sui fiori, che versava acqua e lacrime.

Il cimitero era anche questo.

Era l’incontro di tante generazioni, di bambini che salutavano i nonni; di nonni che salutavano i figli; di madri e padri, nipoti e amici. Di vivi e morti. Di ricordi.

A me lasciava un senso di tranquillità e appagamento tutto suo, una strana soddisfazione, come una caramella gustata piano e fino alla fine, la bocca ancora impastata del suo zucchero.

«Quello è il mio nipotino!», squittiva Irene in uno sbattere trasognante di ciglia nel guardare il bambino che correva dappertutto, nel labirinto intricato delle cappelle di famiglia. «Guardate come è veloce! Diventerà un atleta».

E tutti i miei compagni di cimitero, il 2 Novembre si mettevano in tiro, sfoderavano il vestito ‘buono’ e restavano ad aspettare. Perché tra chi riceveva visite durante l’intero corso dell’anno, c’era anche chi rivedeva i vivi solo in quel giorno.

Come Raffaele.

L’avevo visto che era pronto fin da prima che aprissero i cancelli. Accanto alla lapide, con l’uniforme della polizia, aspettava assieme all’aviere e vicino di tomba, lì, nella zona monumentale dedicata ai Caduti.

Ventitré e ventuno anni, niente più che ragazzi, o ‘la gioventù’, per dirla come farebbe Pietro.

Forse il mio apprezzare questo incontro generazionale, questo ricircolo vitale che faceva sentire più vivi anche noi, lo dovevo proprio a Raffaele.

Era avvenuto l’anno precedente; mentre rincasavo da un torneo di canasta, avevo visto Filù seduto alla lapide a leggere il giornale.

«Buonasera, Filù», avevo detto, avvicinandomi, e lui aveva ricambiato il mio sorriso con un solare: «Ehilà, mastro Norge!»

«Posso farti qualche minuto di compagnia?»

«Come no. Accomodatevi.»

Ci eravamo spostati in una delle panchine che costeggiavano il vialone.

Avevo sempre apprezzato la sua educazione tipica del Sud, e anche se il più giovane tra i due ero io, lui era morto prima di me e questo gli aveva fatto mantenere un rispetto cristallizzato nell’attimo del trapasso.

«Ho visto che hai dato una sistemata alla lapide», avevo ripreso, indicandola con un cenno del capo, e lui aveva seguitato a sorridere soddisfatto.

«Sì, mastro No’. Aspetto visite. Novembre s’avvicina, domani è trentuno.»

Lo aveva detto con una luce negli occhi che faceva tenerezza.

«Figlie o nipoti?» avevo chiesto, con curiosità. «Vedo sempre donne passare dalle tue parti.»

«Nipoti. Figlie delle mie sorelle, per lo più. E due pronipoti, anche! Nipoti di una delle mie sorelle più grandi», aveva sorriso. «Sapete, i miei fratelli e sorelle, se non sono morti anche loro, o sono troppi vecchi o sono troppo lontani per venire fin qui. E i nazisti non mi hanno dato il tempo di farmi una famiglia. Per questo considero loro un po’ come se fossero anche mie nipoti, e poi mi chiamano ‘zio’
Raffaele aveva sospirato, rilassandosi contro la panchina e sollevando lo sguardo al cielo.

«Ed è una cosa bella, perché anche se non ci hanno mai conosciuto, le nuove generazioni non sempre si dimenticano di noi. Il tempo non si ferma davvero solo perché ci hanno sepolto o perché avrò sempre ventitré anni, ma continua a girare nei ricordi che loro trasmetteranno a chi li seguirà.»

Quel suo sorriso, convinto e positivo, mi aveva dato calore. Era come dire che noi non finivamo con la terra che ci ricopriva o con il cemento che murava nei loculi, noi continuavamo, perché il ricordo viveva per noi.

Per questo l’intenso via vai che seguitava a consumarsi davanti ai miei occhi era un assiduo rafforzare quella convinzione, rendendola piacevole e caricandola di serenità. Poi quando spuntarono le pronipoti di Raffaele dal vialone, sorrisi.

Sì, il 2 Novembre aveva una piacevolezza che potevo vedere in gesti piccolissimi: un sorriso, una visita, il cambio di un fiore, una chiacchiera al vento. Il succo della ‘buona malinconia’ che avrei gustato alla fine del giorno.

Ma non potevo immaginare che quell’anno sarebbe stato diverso. Non fino a quando il bambino biondo arrestò la corsa proprio davanti alla mia lapide. Con gli occhi vispi della sua giovane età e il dito che seguiva le lettere d’ottone del mio nome si mise a ripeterle una per una, con scrupolo.

– L’ho trovato, mamma!

Gridò all’improvviso; il suo sguardo, ora, cercava qualcun altro, rimasto più indietro. Ai miei occhi apparve col passo affrettato e carico di roba, ma la riconobbi all’istante.

«Camilla?»

Immaginate la sorpresa. Quell’attesa che non avevo mai provato camminava nella mia direzione con la sveltezza dei ritardatari, e capii di averla aspettata ogni singolo giorno.

– Diego! Quante volte ti ho detto che devi abbassare la voce? Siamo al cimitero!

– Sì, mamma.

Guardai mio nipote con occhi diversi, cercando di sovrapporre l’ultimo ricordo che avevo di lui, quello di un mostriciattolo che a stento si reggeva in piedi, mentre ora parlava e correva come un missile.

E io non avevo messo il vestito ‘buono’ e la tomba era un disastro.

– Papà! Questa tomba è un disastro!

Camilla sbottò con le mani ai fianchi dopo aver appoggiato il mazzo di fiori a terra.
«Non aspettavo visite.»

– Scommetto che la mamma non si fa viva da secoli.

«Ma se non è venuta nemmeno al funerale, figurati se veniva il Giorno dei Morti».

Sospirai, mentre la osservavo armeggiare con uno straccio e con Diego che gironzolava per le tombe tra i commenti divertiti dei miei amici.

Mi aveva portato degli iris, belli come quelli che coltivava Rebecca.

E nei suoi gesti decisi, mentre toglievano la polvere e riportavano alla luce le venature rosate del marmo della mia piccola casa, capii che in fondo non importava che la lapide fosse uno sfacelo e che non mi fossi messo in ghingheri, l’importante era che lei fosse lì, a ricordarsi di me, a tramandare il ricordo a mio nipote.

A rendermi vivo per la nuova generazione.

Zio Raffaele

“Filù, Filù

O’ tiemp ch’è stato nu ttuorna chiù.

O’ tuono e’ nu’ sparo,

nu’ chiant amaro

e chell ca’ eri, nun si’ stato chiù,

Ma tu no’ ttemè,

pure si areto nun se vaje,

nun se scorda maje

e o’ tiemp ch’è stato m’o’ puort cu’mmè,

Zi’ Filucciè.”

“Filù, Filù

Il tempo che è stato non torna più

il tuono di uno sparo,

un pianto amaro

E quello che eri, non sei stato più,

Ma tu non temere,

anche se indietro non si torna,

non si scorda mai

e il tempo che è stato me lo porto con me,

Zio Felucciè”

Mattoni Gialli
Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

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