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Il primo e l’ultimo colore del giorno

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Il primo e l'ultimo colore del giorno

Il primo e l’ultimo colore del giorno

C’era una magia nel tramonto che la morte non sapeva spezzare. Un incantesimo di quelli che dovevano essere legati all’anima, e alla mia aveva fatto il doppio nodo perché anche ora che la mia casa era una lapide non faceva che chiamarmi come in passato. La stessa voce, la stessa attrattiva.
E anche se sapevo che alla fine non vi era alcun motivo per cui lo facessi, rimasi lì.
Perché mi piaceva.

Su quella panchina lungo il vialone, con alle spalle il cipresso secolare, rimiravo il finire del tramonto, quando il sole non era più visibile dietro i tetti delle case e lo strascico della sua luce aveva ormai tinto completamente il cielo di viola. Mi piaceva vedere gli uccelli correre ai propri nidi, per prepararsi al riposo, mentre i pipistrelli abbandonavano le dimore per una nuova nottata di vita. La natura cambiava le priorità delle proprie creature.
La mia non era più quella di concentrarmi sulla cromia variabile del cielo per metabolizzare la giornata di lavoro ormai trascorsa, e trovare ispirazione per il futuro, per i nuovi progetti che finivano sulla scrivania, impilati in cartelle ordinate o appuntati su fogli volanti.
Tutto era stato archiviato e le commesse terminate. Il mastro del cantiere non avrebbe chiamato per annunciarmi ritardi nelle consegne, problemi con gli scavi, piccoli incidenti di qualche operaio. Le priorità non seguivano più la direzione del tempo, perché il mio si era fermato. E così non c’era futuro cui guardare, da cercare dentro le trame colorate del tramonto; c’era il passato.
Le mie priorità tornavano indietro, cambiavano direzione. Mi guardavano le spalle, alla ricerca delle piccole cose che la smania di vedere troppo in là faceva dimenticare per strada.

Quel violetto mi ricordava gli iris di Rebecca, quelli dietro ai quali perdeva la maggior parte del tempo, ma che la ripagavano sempre di tutta la fatica, sbocciando rigogliosi e lasciando che un sorriso di compiacimento e soddisfazione le si dipingesse sulle labbra mentre li mostrava a Tania, la vicina di mille ricordi fa.
Mi rammentava i nastri che tenevano legati i codini di una Camilla così piccola da poter essere presa in braccio: risaltavano sui capelli biondi quando correva da me per farmeli vedere. Si flettevano come le ali di una libellula.
Mi ricordava loro in quel tempo in cui eravamo noi, prima che Rebecca se ne andasse lasciandomi solo i suoi iris divorati dalla gramigna e prima che Camilla smettesse di legarsi i capelli in quelle splendide code che continuano a ondeggiare solo nei miei ricordi di vecchio.
Alle mie spalle, dove guardavano ora le mie priorità, c’era anche il rammarico di non essere stato più sentimentale quando avrei dovuto.

Il primo e l'ultimo colore del giorno

«Ehilà, Norge!»
Pietro arrivò con l’ultima striscia di viola nel cielo. Mi raggiunse col passo claudicante, aiutato dal bastone e una mano dietro la schiena curva.
Mi si affiancò, sospirando: «Aspetta e spera, dice il proverbio. Ormai è tardi e hanno chiuso i cancelli, non verrà più nessuno. Purtroppo va così: i figli crescono, si sposano, fanno altri figli e non hanno più il tempo di nulla, figurati per venire a trovare due vecchietti come noi.»
Il modo in cui Pietro sapeva sdrammatizzare sull’assenza dei suoi cari che, mi aveva detto Brunello Bacci, classe ’36, non si facevano vedere da qualche anno era quello che aveva scelto per dimenticare un’assenza che sapeva divenire molto più difficile da buttare giù. Da morti, le visite di chi era ancora in vita divenivano il 90% della nostra attesa, e quando queste attese si trascinavano in settimane, mesi e infine anni diveniva molto più facile nascondersi dietro un tono risaputo e scherzoso, affinché ogni peso apparisse leggero.
«Per questo mi ero sempre impuntato, a suo tempo: “la cremazione, figli miei! La cremazione!”, ma loro noooo e mi hanno tirato su quel bel mausoleo e ora… mai che venissero a cambiarmi quei rametti rinsecchiti!».
Pietro mi si avvicinò con fare complice, sollevando le sopracciglia con quello sguardo da ragazzino che non si era rassegnato a crescere, invecchiare e morire.

«Senti, perché non molli la lapide? Ho detto a Brunello che avremmo partecipato al torneo di canasta. Dai che ci divertiamo! C’è anche la Giulia, quella della famiglia Barbieri, gran bella donna. Gira voce che ti trovi molto affascinante. Ma che gli fai tu alle donne?»
«O’ Pietro! O’ Norge!»
«Brunellus in fabula.» Pietro mi diede una leggera gomitata, mentre l’altro continuava a sbraitare con le sue ‘c’ mangiate dall’accento toscano.
«Ovvìa! Le ‘arte le ho già mischiate, sicché s’aspetta solo voi!»
«Arriviamo! Ma le hai mischiate bene? Non barare!» rispose Pietro, qualche passo avanti e le mani dietro la schiena. Si girò, rivolgendomi la sfida che in breve tempo era divenuta già ‘solita’ e ‘vecchia’ tra noi. «Forza, nonnetto, vediamo chi arriva primo alla tomba del Brunello!»
Sorrisi al pensiero che un’allegra partita a carte non fosse poi una cattiva idea, ma non mi mossi subito, osservando ancora per un attimo il cielo sopra di noi, dove il viola era stato completamente assorbito dall’arrivo del buio; dopotutto, il buon Pietro meritava un po’ di vantaggio.

“E’ il primo e l’ultimo colore del giorno

che scandisce nel cielo l’andata e il ritorno,

che accompagna lo scorrer del tempo che vola

ad ali spiegate sfumate di viola.”

Mattoni Gialli
Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

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