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Io sono Norge.

Mattoni Gialli / Raccolte  / Norge - Vita da cimitero  / Io sono Norge.
Io sono Norge.

Io sono Norge.

Scelsi la panchina lungo il viale, quella che sostava nel curvone che separava, oltre le rive verdi dei prati e delle lapidi in terra, le cappelle di famiglia dai caduti in guerra. Alle spalle aveva un cipresso che a guardarlo gli avrei dato più di cent’anni, eppure appariva ‘antico’ e non ‘vecchio’.

Una seduta valeva l’altra e la pietra sporcata dall’avvicendarsi delle intemperie non cambiava da panchetta a panchetta. Questa aveva l’angolo sinistro sbeccato: forse il calcio d’un teppistello, forse qualche operaio che ci era sbattuto contro.

Dire che la scelsi per le sue imperfezioni sarebbe molto più romantico di un banale: la scelsi perché fu la prima che incontrai con lo sguardo.

 

Il mio primo giorno lì aveva già il sole a mezzogiorno, e la sicurezza con cui avrei potuto affermare che non ero affatto in grado di ricordare come ci fossi arrivato non sembrava capace di farmi passare la tranquillità con cui mi muovevo per l’ambiente.

Mi sentivo a mio agio come fosse stato un sabato mattina qualunque, giorno di mercato. Gironzolare tra i banchi colorati e brulicanti di profumi aveva sempre saputo rimettermi in pace con me stesso e le tradizioni con cui ero cresciuto. Certo, le signore con i passeggini che ti camminavano sui piedi senza neppure rivolgere una parvenza di scuse, e che anzi utilizzavano i propri infanti come mezzi corazzati, sapevano rimettermici in guerra nella frazione di un subito.

Lì, però, signore con passeggini da sfondamento non ce n’erano, e il piacere dell’essere tra colori, profumi e masticare di lingue differenti rimaneva intatto. Riuscivo a sentirmi in pace.

 

Come avrei potuto spiegare una simile reazione a quel posto conosciuto appena e in cui mi trovavo per cause che nessuno avrebbe saputo definire felici a dispetto della sensazione che invece mi stavano lasciando?

Come avrei potuto dire: “Per essere un morto, mi sento benissimo”?

 

«Bel funerale.»

La sorpresa di tale osservazione mi colse per seconda dopo quella legata all’effettiva possibilità di poter parlare con qualcuno. Mi resi conto di aver accantonato l’ipotesi di incontrare altra gente del posto, nonostante ne avessi vista parecchia, più di quella che ero solito trovare al cimitero.

C’era gente nascosta agli occhi dei vivi, ma senza alcun segno che la contraddistinguesse con chiarezza, eppure potevo affermare senza ombra di dubbio che la persona che mi aveva appena rivolto la parola non fosse in vita.

Un po’ maleducatamente mi guardai intorno prima ancora di rispondere, e con mia terza sorpresa scoprii che anche per folla quel posto era molto simile al mio amato mercato.

«Certo, un po’ scarno e non ai livelli dei Lombardo, ma tutto sommato sobrio.»

 

Il nuovo arrivato dondolava il bastone su cui teneva appoggiate entrambe le mani; il viso tondo, da sotto al berretto, parlava con un sorriso soddisfatto. Consapevole d’aver avuto la mia attenzione, l’ometto si strinse nelle spalle.

«Forse poco sentito.»

«Mi sta dicendo che è stato un funerale triste?»

«Tutti i funerali sono tristi, suvvia.»

«Intendevo, nel senso di deludente.»

L’altro nicchiò, agitando la mano dalle dita cicciotte come stesse scacciando un moschino; alla fine si sedette accanto a me, senza ch’io l’avessi invitato a restare.

«Non prenderla a male, ne ho visti di peggiori, eh.»

«Oh, grazie. Questo dovrebbe… consolarmi?»

«Che te ne fai della consolazione? Sei morto.»

Risi per il suo modo schietto di dire le cose che mi convinse a fare un po’ di autocritica, in verità.

«Va detto che è stato parecchio partecipato.» L’ometto alzò una mano dalla testa del bastone piantato bello dritto al suolo.

«Colleghi, per lo più.»

«Persona dedita al lavoro?»

«Molto», mi ritrovai ad ammettere. «Troppo.»

«Sai, tu mi dai l’idea di essere uno di quelli che travaglia fisso alla scrivania. Quelli che agitano un paio di carte e pensano di essere i padroni della loro fetta di mondo.»

«Ero architetto.»

Lui piegò appena un solo angolo della bocca verso l’alto, in un mezzo sorriso.

«E mi sono sbagliato. Pensavo fossi più un impiegato statale. Io invece ho lavorato la terra per quarant’anni, tengo la schiena a cupoletta e la sciatica che non mi requia manco da morto.»

«E chi è venuto al suo funerale?»

«Tutto il parentado, e siamo in tanti, eh.» Allargò le braccia quasi avesse potuto indicare con quel semplice gesto l’effettivo numero spropositato di persone. «Ma sai cos’è? Non è chi viene al tuo funerale che ti dice quanto bene hai fatto e a chi, quanti davvero ti sono cari. Il funerale è un giorno solo, la tomba resta qua per sempre.»

Quella frase mi lasciò intendere che non fosse proprio un novellino del posto e che il numero, nel suo caso, non aveva fatto l’unità. Ma erano discorsi troppo avanzati per me: ero lì solo da quella mattina!

 

L’ometto mi mollò una pacca sulla spalla.

«Ma poi ne riparleremo; sei giovane, tu. Lascia che ti faccia una panoramica della situazione: qua la faccenda è seria, mai una volta che arrivasse qualche bella figliola. Solo vecchietti e vecchiette come noi. Quanti anni sono che hai?»

«Sessantasei. Lei?» E il pensiero che da quel momento in poi non sarebbero mai aumentati né diminuiti mi colpì come uno scappellotto forte, giusto dietro la nuca.

«Qualcuno in più, ma cos’è ‘sto ‘lei’? Siamo nonnetti, qui. Dammi del tu. Io sono Fioravanti Pietro, quello della tomba accanto.»

La notai solo allora, quando me la indicò con la mano. Era assurdo che non mi fossi guardato in giro da che mi avevano tumulato. Fino al momento in cui Pietro non mi aveva rivolto la parola, mi ero sentito come se mi fossi appena svegliato: l’intontimento di quando ti alzi in piena notte per andare al bagno e non sai chi sei e dove ti trovi e tutto quello che vorresti fare sarebbe infilarsi di nuovo sotto le coperte. Nessuno ha mai inventato i cessi da letto, ora che ci penso.

 

La tomba di Pietro era giusto dopo la mia, o prima, a seconda della direzione da cui si veniva lungo il vialone. Entrambi nella terra, s’alzavano le lapidi e i copritomba.

Lastrico per Pietro, e dal modo in cui il tempo aveva iniziato a rovinarlo, capii che doveva essere lì già da una decina d’anni o poco meno. Uno stile squadrato e classico, che richiamava tradizione e gusto popolare.

Magari una leggera incuria.

Quando guardai la mia – e mi resi conto di vederla per la prima volta – mi venne da sorridere perché dietro doveva esserci la mano di Camilla.

Al funerale lei c’era, ma non aveva versato neppure una lacrima. Non aveva pianto nessuno. Forse era per questo che Pietro aveva parlato di cerimonia ‘poco sentita’.

Mi alzai di slancio dalla panchina per raggiungere quel rettangolo di cimitero, sunto del concetto di ‘proprietà privata’. L’unico bene mio-solo-mio, assieme alle quattr’ossa sepolte. Non avrei più avuto bisogno di niente, d’ora in avanti; non bere né mangiare, nemmeno un libercolo piccino.

Osservai dall’alto il cadavere di me che non potevo vedere, nascosto dall’impalcatura commemorativa, e poi chissà… chissà come funzionava, quando arrivava la sera: se si andava a dormire dopo una certa ora, se dovessi ‘sparire’ all’interno della bara, rientrare nel mio corpo morto che faceva tanto film dell’orrore.

Sul momento sorrisi alle venature rosa sul grigio scuro: granito dell’India, sicuro come la morte e le tasse. E la forma più moderna, dai profili ricurvi, mi parlò di una scelta durata forse dieci minuti invece di cinque.

Per questo ero certo fosse opera di mia figlia, perché se fosse stata di Rebecca di minuti ce ne avrebbe impiegati due e io mi sarei trovato con una croce di legno e il nome intagliato a coltello.

 

«Non sei il primo che non la degna d’uno sguardo.» Colsi un tono comprensivo nella voce di Pietro.

«L’abitudine ce la fai dopo. E vedrai che poi ne troverai tutti i difetti e penserai che si sarebbero potuti sprecare di più per fartela un minimo decente.» Ammiccò. «La tua è proprio da riccone! Guarda lì che bella pietra! Farai masticare invidia pure ai Lombardo.»

Era la seconda volta che li nominava, e non avevo idea di chi fossero, eppure ne parlava come se tutti li conoscessero. Come se lui conoscesse tutte le persone di quel cimitero, una per una, nome e cognome.

«Prenditi il tuo tempo, nonnetto, hai voglia quanto ne hai. Passo a prenderti alla chiusura del cimitero, così ti presento un po’ di gente. Oh, qua è tutta vita!»

Si congedò con un paio di colpetti del bastone dietro ai polpacci e io mi guardai per la prima volta i vestiti che avevo addosso: gli occhi abbassati sui piedi dalle scarpe belle e lucide, tutte nere, che potevano riflettere anche la mia faccia. Un pantalone elegante, grigio scuro come il granito, la cravatta dello stesso colore, e anche la giacca. Ne toccai la seta dei ricami a righe sottili e strette, e i polsini rosa chiaro della camicia vennero fuori dalla manica.

Le prime volte di quella giornata erano tante ed era solo il mezzodì, alla sera il mio giro di conoscenze si sarebbe allargato in quei banchi lapidei di mercato perenne, tra odori di gladioli e crisantemi. Io ne avevo alcuni gialli, grossi come un pugno chiuso, e mi si diceva di prendermi tempo.

Non lo stavo già facendo?

 

«Pietro!»

L’uomo interruppe il passo claudicante dovuto alla sciatica e si girò con una certa fatica. Avevo già sbottonato la giacca e allentato la cravatta.

«Chi sono i Lombardo?»

Il sorriso di chi ne avrebbe avuto da raccontare per tutta la giornata gli si aprì allegro sul viso paffuto; agitò un dito con fare risaputo e non gli diedi il carico di tornare presso la mia tomba, ma lo raggiunsi per primo.

Mi strinse la mano in una presa vigorosa.

«Mi chiamo Norge.»

«E che non l’ho letto sulla lapide?»

«Hai qualche dritta per me che sono appena arrivato?»

«Come ti ho detto, prenditi un po’ di tempo e poi tieni a mente ‘sta cosa sacra: come la metti metti, ricordati che sei morto, nonnetto. Goditela.»

Ed ero quasi certo che non avrei fatto niente di meno.

Morire credo sia piuttosto bizzarro nella sua semplicità.

Sei lì, nel tuo piano di esistenza spazialmente delineato, a pensare di dover fare un sacco di cose e di avere tutto il tempo di portarle a termine, quando invece non ci si rende conto di come il tempo sia molto più concreto rispetto all’astrattismo che gli attribuiamo.

Il tempo scorre, un tic-tac continuo e mai in ritardo.

Chi è in ritardo sei tu, che non hai tarato bene i mille orologi/smartphone/tablet di ultima generazione, che ti sei perso dietro l’ora legale e solare. Lascia che te lo dica: no, non è vero che ai cambi si ha un’ora in più o in meno. Il tempo è sempre quello e noi lo misuriamo secondo l’ottica sbagliata.

Ma dicevo, morire è bizzarro, e anche se nei minuti in cui avviene preferiresti essere altrove, dopo puoi star certo che non avrà più importanza.

Io sono Norge, e questo è il mio cimitero.

“Questo è il Tic, e il Tac viene dopo;
sempre insieme, come gatto e topo.
Si inseguono, ma non per gioco;
scandiscono il tempo, a poco a poco.

 

Il Tac lo sa, è un eterno secondo.
Il Tic è primo, gira sempre in tondo.
Ma non c’è traguardo, non è una gara:
il tempo scorre sul profilo della bara,

 

dove il ritardo è solo un pensiero
che ti tiene al sicuro, lontano dal cimitero,
ma non puoi allontanare il tempo o la sorte,
perché il Tic e il Tac son la Vita e la Morte.”

Io sono Norge
Mattoni Gialli
Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

3 Comments
  • Roberta

    Un racconto breve ma davvero intenso, un tema delicato come quello della morte viene affrontato con una sana dose di ironia, seppur non tralasciando un pizzico di tenerezza, senza prenderlo troppo sul serio.
    Attraverso il pensiero del protagonista sembra quasi provare un gran senso di pace.
    Tutto questo deliziato dai bellissimi chiaroscuri del disegno a matita.

    Complimenti a queste due sorelle piene di talento! 🙂

    20 luglio 2017 at 17:24 Rispondi
    • Tamina
      Tamina

      Grazie di cuore per il tuo sostegno Roby!! <3

      20 luglio 2017 at 17:33
    • Melanto Mori
      Melanto Mori

      *_* <3 Grazie mille!

      20 luglio 2017 at 17:57

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