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I racconti di Novembre

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I racconti di Novembre

I racconti di Novembre

I nonni, si sa, sono i depositari della memoria, di ogni sorta di storia e racconto. Ricordi di vita passata, a volte infarciti con un po’ di fantasia, come fa nonna Bice Novembre per soddisfare la curiosità senza confini di Armandino e la sua cricca 🙂 E noi possiamo solo dire: grazie nonni!

 

L’avventura del mese:
Bice Novembre.

Nonna.

 

I racconti di Novembre

 

Lei diceva sempre che viveva nell’attico del Condominio Buonanno e che, come la cara ‘Betty’ con la quale quasi condivideva l’età, le bastava affacciarsi alla finestra per sentirsi la regina della città.

Bice Novembre era l’inquilina dell’ultimo piano, la mansarda.

Un ambientino stretto stretto, ma caldo caldo nonostante più in alto di lei non ci fossero che il tetto e le sue tegole. Cucinino con salotto, una camera per riposare le ossa stanche alla sera, bagno e ripostiglio, perché in tanti anni di vita se ne conservavano di cose, come si conservavano ricordi e qualcuno finiva per spuntare da sotto vecchie scatole impolverate che si era dimenticati di avere.

Per la maggior parte del tempo, Bice sfornava. Un po’ come Otto. Sfornava biscotti, sfornava torte e crostate, stuzzichini salati che distribuiva in tutto il condominio una porta alla volta perché ‘sai, cara, mi è scappato un po’ di impasto in più, ma come potrei mai finire da sola tutte queste lingue di gatto?’. 

Bice sfornava, e col cibo sfornava anche storie, quelle che la figlia dei Giugno saliva ad ascoltare con molto piacere, di tanto in tanto, o che raccontava al piccolo Armandino Luglio quando arrivava assieme ai suoi amici. Si mettevano seduti divisi tra divanetto e tappeto e le facevano compagnia, nei lunghi pomeriggi d’autunno e di inverno, quando il buio arrivava presto e il freddo filtrava tra gli spifferi, ma Bice aveva la stufetta sempre in funzione e un bollitore sul fuoco, per accogliere tutti con una tazza di tè aromatizzato alla menta. L’odore di cannella era già sulla soglia quando si entrava e d’inverno dominava il pan di zenzero, lo zucchero a velo.

 

I racconti di Novembre

 

«Il simpatico Otto, mi chiedi?» fece eco proprio ad Armandino che, seduto sul divano, ritto e composto, era arrivato a porle delle strane domande: spie austriache, strani complotti, rosette segrete. Con lui c’erano anche un bambino dalla faccia tonda che diceva parole incomprensibili e una giovinetta dai capelli lunghi e biondi, tanto carina, e dal cui zainetto spuntava uno strano bastoncello di legno ben levigato.

Bice stava sminuzzando del pane indurito per i piccioni, che ormai erano clienti fissi di quel piccolo ristorante casalingo: stavano lì, appollaiati sul davanzale e di quando in quando beccavano il vetro per chiedere un paio di briciole.

«Vediamo, vediamo… Otto è austriaco.»

«Sì, nonna Bice. Ma noi vorremmo saperne qualcosa di più… tu sai sempre tante cose, sei quella che conosce da più tempo la storia di questo condominio.»

«Otto è un gran bravo fornaio.»

«Sì… e poi?»

«E poi è austriaco, sapete? Oktober. Ma siamo tutti abituati a chiamarlo all’italiana.»

«Oktober è proprio un nome da spia! Ce lo vedo a sparare con un bullseye come in Resistance!»

«Sta’ zitto, Nando», fece eco la bambina.

Bice li sentì, sorrise in un mare di grinze.

«Sappiamo anche questo, nonna. Ma qualcosa di più, non so, curioso? Qualche segreto…»

«Ma bambino caro, i segreti non si dicono mai.» Quando si volse, però, stava ancora sorridendo. «Si dicono le storie, però.»

Un ‘oooh’ di interesse cavalcò i tre visetti giovani che ora pendevano dalle sue labbra.

Bice si avvicinò, ciabattando piano piano, con il pane sminuzzato in un piattino. Fece il giro attorno al divano e raggiunse la finestra.

«Oh, bene, vediamo… Otto viveva in un villaggio, sapete? Sperso tra le montagne. Erano tempi duri, quelli, durissimi. E Otto, be’, non è stato sempre l’omone buono che conoscete. Mi ha raccontato, una volta, di quando viveva, burbero e solitario, tra quelle impervie montagne piene di neve in inverno e battute da un tiepido sole d’estate. Una sua lontana parente arrivò per affidargli una graziosa bambina di pochi anni. Il vecchio Otto non era pratico di bambini, ma, sapete, l’esperienza arricchisce l’uomo.»

«Davvero?» fece eco la ragazzina con interesse.

«Certo, mio cara. E a questa bambina insegnò tutte le cose che faceva un uomo di montagna: pascolare le capre, mungere le mucche, preparare i formaggi, fare il pane.»

«Oh…» Il bambino di nome Nando era incredulo. «E non c’erano internet o i videogiochi?»

«No di certo», rise Bice. Mollò un’altra manciata di mollica rafferma e chiuse lo spiraglio di finestra. I piccioni beccavano affamati.

«E che è successo? Che fine ha fatto la bambina?» chiese Armandino.

«Oh, be’, la bambina poi è tornata a stare con la parente che gliel’aveva portata. Andarono in città e lei divenne una dama di compagnia per una bambina più ricca, ma molto malata. Sapete, allora i tempi erano tanto diversi.» Bice ciabattò ancora fino al divano, dove i bambini avevano mangiato i loro biscotti senza smettere di guardarla e bevuto il loro tè. La nonnina sorrise. «È stato allora che anche Otto ha deciso di trasferirsi in città – sapete, sentiva la mancanza di quella bambina – e poi, gira che ti rigira, è finito qui da noi. Lei gli ha insegnato a non essere più burbero, lui a tosare un montone. Non è una bella storia?»

«Molto!» esclamò la bambina entusiasta. «Sa quasi di magia!»

«Tutte le storie sono un po’ magiche, piccola mia.»

 

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A Bice parve che gli occhi della ragazzina luccicassero di aspettative. Poi, lo squillare del telefono – un vecchio modello di cellulare con i tasti belli grandi – le fece battere le mani.

«Oh, miei cari. Sembra proprio che io debba salutarvi.»

Armandino si alzò in fretta, inforcò lo zainetto e tirò su gli occhiali. «Grazie della merenda, nonna.»

«Venitemi a trovare quando volete, vi racconterò qualche altra storia. Ne conosco tante io, sapete?» sorrise loro e rispose al telefono. «Pronto? Aspetta un attimo, Teresa.»

Si sporse e vide i bambini raggiungere la porta di casa. 

«Che bella storia!» stava dicendo ancora la bambina.

«Sì, ma non abbiamo scoperto niente delle spie naziste! Sarà stato prima o dopo questo evento?» borbottò Nando.

«Sicuramente dopo», annuì Armandino in un bisbiglio – ma lei ci sentiva ancora benissimo a dispetto dell’età.

Chiusero il portone sui loro passi.

«…spie naziste», fece eco in un sospiro. «Lo aveva detto Otto che avevano una fantasia galoppante.»

«Ma di che blateri, ragazza?» Dal cellulare una voce gracchiò con impazienza.

«Ah, lascia stare,» rispose Bice, «e fammi solo dire: meno male che questi bambini sono troppo giovani per conoscere Heidi.»

«Chissà che sciocchezze gli avrai raccontato.»

«Ho solo spostato la Svizzera in Austria. Una licenza poetica innocente, ma veniamo a noi.» E con un gesto deciso lanciò in aria il grembiule da cucina, si avvolse il collo in uno scialletto e agguantò la borsetta poggiata sulla poltrona. Con passo più svelto di prima, ma un po’ dondolante, raggiunse l’ingresso dove avrebbe infilato le scarpe e un cappotto. «Allora, Teresa! Pronta per la canasta? Parola mia, oggi sono così agguerrita che vi toglierò anche i mutandoni! State pronte!»

 

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Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

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