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Row your boat

Mattoni Gialli / Racconti  / Horror  / Row your boat
Row your boat

Row your boat

Aveva preso la via del mare così presto che da tempo, ormai, non sapeva più se dirsene pentito o meno.
Da piccolo aveva sempre sognato di intraprendere un lungo viaggio che lo avrebbe portato al di là del mondo e quando aveva avuto l’occasione per farlo, non se l’era lasciata sfuggire.
Nel tempo in cui era stato intrepido esploratore degli oceani aveva visto molto di più di quanto si sarebbe aspettato di poter vedere; molto di più di quanto avrebbe mai voluto.
Grandi sogni richiedevano grandi forze per poterli realizzare e sopportare le conseguenze che li avrebbero accompagnati e lui aveva imparato a esser abbastanza forte semplicemente col tempo, con l’alternarsi continuo del giorno e della notte, con i mesi di solo mare aperto a modellare il suo spazio e segnare il cammino di quel viaggio la cui meta s’era perduta nel tramestio dell’onde.
La mano lunga e ossuta scivolò tra le manopole del timone con un movimento lento ed elegante, mentre il veliero oscillava piano, solcando quella piatta tavola di oceano che si estendeva a perdita d’occhio.
Ormai gli capitava sempre più spesso di lasciarsi andare ai ricordi. Ora che non c’erano missioni, ora che non toccava terra da tanto di quel tempo, non gli dispiaceva far vagare la mente alla ricerca di sprazzi di passato sempre più remoti nella memoria, per non dimenticare del tutto ciò che era stato, ciò che aveva fatto, ciò che avrebbe, infine, dovuto fare. Eppure, nonostante a volte si sforzasse, c’erano cose che aveva rimosso del tutto.
Il suo nome, ad esempio, era perduto da secoli.
Per tutti coloro che ne incrociavano il cammino – la ciurma, i superiori, gli sconosciuti fermi sulle banchine, gli avversari sulle navi nemiche, le donne che erano passate per la sua cabina – era solo ‘Il Capitano’, e l’appellativo con cui gli si erano sempre rivolti aveva finito col divenire l’unico nome col quale riuscisse a identificarsi.
Fermo sul cassero, il Capitano controllava il mondo davanti ai suoi occhi come ne fosse stato il padrone.
Però i suoi domini non erano fatti di terra da toccare e stringere tra le dita; da sentire sotto i piedi, immota e stabile. Ciò che aveva era solo acqua; distesa infinita cangiante al sole, al cielo, alle alghe. Acqua da toccare, sì, ma non trattenere; sfuggevole al peso dell’uomo e con una forza che era meglio non saggiare, se si voleva sopravvivere. E quella stessa acqua, che era stata il suo unico e solo amore, il sogno da realizzare, la compagna di una vita intera, ora era divenuta la sua unica e sola nemica. Distanti erano gli anni in cui l’oceano era la strada che avrebbe dovuto portarlo lontano e che lui aveva solcato con spavalderia, onnipotenza e tutta l’irresponsabilità che solo un ragazzo poteva avere.

Il Capitano - Row your boat

Era diventato un vecchio; poteva nettamente vedere la pelle ritirarsi e raggrinzirsi attorno alle ossa come una stoffa consunta, mentre al nero della barba s’era sostituita una crespa nuvola candida.
Cosa gli restava, adesso, che non c’erano più le energie e la curiosità ad animare i viaggi? Adesso che aveva scoperto talmente tante cose che non c’era più spazio per lo stupore nei suoi occhi, cosa stringevano le mani?
Per l’ultima volta ancora, un timone.
Per l’ultima volta ancora, un viaggio.
Quello che aveva giurato ai suoi uomini, quello che avrebbe potuto ridargli il senso di appagamento e tranquillità che aveva perduto: il viaggio del ritorno.
Eppure, mentre si consolava gustando il momento dell’ultimo attracco, non poteva non pensare a quanto lontano si fossero spinti. I giorni erano divenuti mesi; i mesi, anni che aveva smesso di contare, ma della terraferma nemmeno l’ombra più remota tra le onde.
Il Capitano mosse lo sguardo alla bussola il cui ago era andato perduto, però puntavano al Nord, ne era sicuro. Il sole stava calando alla sua sinistra, come sempre.bussola
Non potevano essersi persi.
E se anche fosse stato, quando era avvenuto?
Forse… alla fine di quella tempesta… il sole era stato solo un miraggio riflesso dall’acqua di mare.
Osservò il ponte a prua. Gli uomini svolgevano le proprie mansioni in gesti e movimenti che avvenivano come a rallentatore: ammainavano le vele, spostavano i viveri, correvano sulle griselle come acrobati esperti.
Il mozzo, poco più di un soldo di cacio quando si era imbarcato, continuava a rimanere tale; si volse nella sua direzione, distendendo un sorriso genuino e portando il taglio della mano alla fronte. Le efelidi spiccavano scure sul naso.
“Capitano, oggi è stata un’altra splendida giornata! Tutto sembra più bello quando si ritorna a casa, non trovate?”.
Sì, bellissimo. E quella parola aveva un sapore così dolce sulle labbra.
Casa. Stavano andando a casa. Perché lui aveva giurato e un Capitano manteneva sempre la propria parola.
Non si erano perduti, ci sarebbe voluto solo un po’ più del previsto. Aveva atteso per anni, cos’erano una settimana o un mese ancora?
Osservò la clessidra, accanto a sé, scandire l’ultimo granello di tempo, prima che la capovolgesse con soddisfatto vigore.
Erano di un’ora più vicini alla fine del sogno.

Il pescatore interruppe la propria attività quando sentì un frusciare leggero sull’acqua.
Velocemente si volse, ma oltre alla sua piccola imbarcazione a motore, vecchia e cigolante il cui nome si era ormai sbiadito per il mare e il sole, non c’era assolutamente nessuno. Vuoto immenso fino a dove gli occhi potevano vedere.
Uno spiffero gelido di vento lo fece rabbrividire, mentre la barca oscillava a una serie di onde, nate da chissà dove, che si allontanavano rapidamente. Poi di nuovo la brezza tiepida, di quel tramonto ormai agli sgoccioli, gli baciò la pelle bruciata dal troppo sole che, di giorno, rifletteva i raggi sull’azzurra superficie dell’acqua.
Rilassandosi contro il legno del piccolo peschereccio, l’uomo decise di concedersi un attimo di pausa, contemplando il silenzio attorno a lui rotto solo dal borbottio ritmico del mare contro la chiglia.
Era bello restarlo a guardare, nonostante tutto. Nonostante lo portasse sempre più lontano dal porto, da casa e dalla famiglia. Nonostante passasse più tempo con esso che con i suoi figli, nonostante non li vedesse crescere ma li ritrovasse sempre un po’ più grandi a ogni ritorno; nonostante scoprisse nuovi fili argentei tra i capelli di sua moglie e nonostante ogni viaggio divenisse sempre più lungo e stancante, provava uno strano piacere nel fermarsi, certe volte, e concedergli quell’attimo di ammirazione totale e gratuita. Perché il mare era nato per essere osservato, scrutato, contemplato e lui aveva sempre pensato che se non l’avesse mai dimenticato, il mare sarebbe stato generoso.
Sorrise, lanciando una rapida occhiata al discreto bottino della giornata prima di riprendere a sistemare le maglie della rete da pesca. Sarebbe tornato a casa giusto in tempo per mettere a letto i bambini e raccontare loro una breve storia. Adoravano quella del Capitano e del suo navigare solitario verso casa cui, a volte, sentiva di assomigliare, ma con la differenza che lui sarebbe sempre tornato. Ogni suo viaggio aveva un principio e una fine e forse era anche per questo che, nonostante tutto, amava ancora il mare.
Avvolto da uno strano senso di buonumore e tranquillità, cominciò a canticchiare il motivetto preferito dal Capitano. Poteva già sentire il profumo di casa.

«Row, row, row your boat gently down the stream. Merrily, merrily, merrily, merrily life is but a dream…».

Mattoni Gialli
Mattoni Gialli

Il blog di due sorelle, una scrive, l'altra disegna. Entrambe amano i libri e un morbido cane giallo :)

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